Nov 24

Con il grafene, nello spazio a vele spiegate | MEDIA INAF

Il gruppo GrapheneX davanti alla capsula cilindrica che contiene l’esperimento durante il “lancio”. Crediti: @GrapheneX_DYT

Scoperto nel 2004, il grafene è un materiale costituito da un singolo strato di atomi di carbonio, che potrebbe prestarsi a innumerevoli usi – compresi quelli spaziali – grazie alle sue eccellenti proprietà elettriche, meccaniche e termiche. In collaborazione con Esa, l’Agenzia spaziale europea, si sono conclusi la settimana scorsa due esperimenti in microgravità nell’ambito del Graphene Flagship, il progetto-bandiera europeo per lo sviluppo di applicazioni industriali del grafene.

Il gruppo di ricerca GrapheneX, composto da quattro studenti di dottorato all’Università tecnica di Delft, in Olanda, ha esplorato la possibilità di utilizzare il grafene come materiale per vele solari, una forma di propulsione spaziale che utilizza solo la spinta fornita dalla pressione di radiazione della luce su una superficie riflettente. Per farlo, ha utilizzato un impulso laser proiettato su una membrana di grafene fluttuante in microgravità.

La condizione di pressoché totale assenza di peso per qualche secondo è stata ottenuta all’interno della torre di caduta Zarm dell’Università di Brema, in Germania, dove una capsula contenente l’esperimento viene fatta cadere per i 146 metri di altezza della torre.

Il cilindro di decelerazione della torre di caduta Zarm, dove si recupera la capsula al termine dell’esperimento. Crediti: @GrapheneX_DYT

«Se si vuole realizzare una vela solare è molto importante che i materiali con cui si costruisce siano molto leggeri» spiega Vera Janssen, dottoranda di ricerca nel gruppo GrapheneX. «La robustezza e la leggerezza estreme sono ovviamente i principali vantaggi dell’utilizzo del grafene».

«Wow, che settimana! L’esperimento è finalmente riuscito al rilascio finale. Esperienza incredibile e molto su cui studiare a casa», ha scritto il team di ricerca sul proprio profilo Twitter a conclusione della serie di esperimenti.

Il secondo gruppo di ricerca è salito ancora più in alto, su un aeroplano attrezzato per i voli parabolici, durante i quali si può arrivare ad avere fino a 25 secondi di assenza di peso. Dopo risultati promettenti ottenuti a terra, ora i ricercatori del Graphene Flagship hanno sperimentato come rivestimenti a base di grafene possano migliorare l’efficienza degli scambiatori di calore capillari, noti come loop heat pipes, anche in condizioni di microgravità.

Si tratta di fondamentali sistemi di raffreddamento usati nei satelliti e negli strumenti aerospaziali, nei quali la mancanza d’aria richiede soluzioni tecnologiche specifiche per disperdere il calore verso lo spazio profondo. Il raffreddamento si ottiene convertendo un liquido di lavoro in un gas all’interno di un materiale poroso, solitamente metallo. Sostituendo il materiale metallico con un composito a base di grafene e metallo, i ricercatori mirano a migliorare il trasferimento di calore tra le unità da raffreddare e il fluido che attraversa questi particolari scambiatori di calore.

L’esperimento “satellite heat pipes” in preparazione sull’aeromobile per voli parabolici. Crediti: Graphene Flagship

Il rivestimento in grafene è stato realizzato nei laboratori di Bologna degli istituti Cnr-Isof e Cnr-Imm, e presso il Cambridge Graphene Center. L’esperimento è stato predisposto all’interno di un modulo appositamente progettato per tenere tutto in posizione durante i periodi di gravità modificata, assemblato presso il Centro di Ricerca in Microgravità dell’Università di Bruxelles.

«Nella prima fase dell’esperimento avevamo testato l’effetto del grafene su evaporatori metallici in laboratorio, su piccoli prototipi», spiega a Media Inaf  Vincenzo Palermo del Cnr-Isof, vice-direttore del progetto Graphene Flagship. «Ora, grazie anche all’aiuto dell’Esa, abbiamo collaudato questi materiali in condizioni più realistiche e vicine al loro utilizzo finale sui satelliti, facendoli funzionare in condizioni di ipergravità e microgravità. Abbiamo una grande quantità di dati, che saranno analizzati nelle prossime settimane».

Meganne Christian durante il volo.
Crediti: Graphene Flagship

«Ho partecipato a questo progetto con enorme curiosità, sia per la scienza che era in gioco sia per la collaborazione tra diversi gruppi e l’opportunità di sentirci come dei piccoli astronauti», commenta Meganne Christian, ricercatrice del Cnr-Imm, appena rientrata in Italia dopo i voli parabolici in microgravità. «L’esperienza in microgravità è stata unica e meravigliosa, ed è stato entusiasmante fare esperimenti in quell’ambiente. Non vedo l’ora di analizzare i dati e implementare dei miglioramenti nella procedura per la prossima campagna di voli a dicembre».

Per saperne di più:

 

Source: Con il grafene, nello spazio a vele spiegate | MEDIA INAF

Nov 24

Viaggi interstellari: dove sono i freni? | MEDIA INAF

Crediti: Wikipedia

Il vero problema della astronavi spaziali, a pensarci bene, non è tanto il carburante necessario a farle camminare spedite da un sistema stellare a un altro. Ma avere buoni freni per rallentare la folle corsa dove serve.

Ipotizziamo pure che la tecnologia ci consenta a breve di costruire sonde miniaturizzate e affidabili da spingere a furia di laser a un quarto della velocità luce, come hanno promesso e ripromesso Yuri Milner e Stephen Hawking con la loro chiacchierata iniziativa da 100 milioni di dollari Breakthrough Starshot, di cui abbiamo scritto in passato anche noi di Media Inaf.

Supponendo di riuscire a miniaturizzare una sonda spaziale alle dimensioni di un francobollo e al peso di un foglio di carta, e supponendo di poterla accelerare fino a una velocità attorno al 20-25 per cento di quella della luce grazie a un sistema a vela con propulsione laser, e supponendo ancora che tutto fili liscio fino al sistema solare più vicino – quello di Alfa Centauri, per cui tutto sommato potrebbe anche bastare una ventina d’anni – come frenare, una volta arrivati, il proiettile tecnologico? Con quali forze, rallentare la sonda per fare qualche esperimento scientifico?

Secondo i ricercatori della Goethe Universität di Francoforte una discreta decelerazione del mezzo dovrebbe potersi ottenere grazie all’impiego di vele magnetiche. La vela magnetica è, in verità, contemporaneamente un metodo di propulsione e freno spaziale: l’idea è quella di servirsi di un campo magnetico statico per deflettere le particelle cariche emesse da una stella e impartire una quantità di moto a un veicolo spaziale.

«Potremmo rallentare una sonda fino a una velocità prossima ai mille chilometri al secondo, lo 0,3 per cento della velocità luce, che comunque non è molto se pensiamo che la sonda Voyager vola nello spazio circa 50 volte più piano», spiega Claudius Gros della Goethe Universität. Durante l’avvicinamento a un ipotetico sistema stellare la radiazione proveniente da un sole lontano dovrebbe rallentare la velocità di crociera di una sonda quanto basta per trattenerla in orbita.

La vela consisterebbe in un anello superconduttore dal diametro di circa 50 chilometri. Una corrente indotta dà vita a un forte campo magnetico e il gas ionizzato nel mezzo interstellare viene riflesso dal campo magnetico della sonda con una conseguente perdita di velocità. Il sistema potrebbe funzionare da freno spaziale per veicoli anche di massa considerevole (il limite stimato è 1500 chilogrammi), ma il viaggio richiederebbe tempi giurassici. Le cose andrebbero di gran lunga meglio con le piccole sonde della flotta Breakthrough Starshot.

Mini-astronavi, maxi-freni a disco.

 

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Nov 24

Ecco ’Oumuamua, il nostro ospite interstellare | MEDIA INAF

Rappresentazione artistica dell’asteroide interstellare ’Oumuamua. Dalle osservazioni condotte con il VLT sembra che sia un oggetto scuro, rossastro, lungo circa 400 metri, roccioso o con un elevato contenuto di metalli. Non assomiglia a nulla di quanto di solito vediamo nel Sistema solare. Crediti: Eso/M. Kornmesser

Il 19 ottobre 2017 il telescopio Pan-Starss 1, alle Hawaii, ha osservato un puntino di luce che si muoveva in cielo. All’inizio sembrava un tipico asteroide in rapido movimento, ma ulteriori osservazioni nei giorni seguenti hanno permesso di calcolarne l’orbita con precisione. I calcoli hanno mostrato senza possibilità di dubbio che questo corpo celeste non proveniva dall’interno del Sistema solare, come tutti gli altri asteroidi o comete mai osservati, ma dallo spazio interstellare. Pur se originariamente classificato come cometa, le osservazioni dell’Eso e di altri siti non hanno trovato nessun segno di attività cometaria dopo il passaggio in prossimità del Sole nel settembre 2017. L’oggetto è stato quindi riclassificato come asteroide interstellare e chiamato 1I/2017 U1 (’Oumuamua).

«Dovevamo muoverci in fretta», spiega il membro dell’equipe Oliver Hainaut dell’Eso a Garching, in Germania. «’Oumuamua aveva già oltrepassato il suo punto di avvicinamento al Sole e stava tornando verso lo spazio interstellare».

Il Vlt (Very Large Telescope) dell’Eso è stato quindi messo subito in moto per misurare l’orbita, la luminosità e il colore dell’oggetto con più precisione dei piccoli telescopi. La rapidità era fondamentale, perché ‘Oumuamua stava rapidamente svanendo alla vista allontanandosi dal Sole e dall’orbita della Terra, nel suo cammino verso l’esterno del Sistema solare. Ma c’erano in riserbo altre sorprese.

Combinando le immagini prese dallo strumento FORS sul Vlt, usando quattro filtri diversi, con quelli di altri grandi telescopi, l’equipe di astronomi guidata da Karen Meech (Institute for Astronomy, Hawaii, Usa) ha scoperto che ‘Oumuamua varia di intensità in modo drammatico, di un fattore dieci, mentre ruota sul proprio asse ogni 7,3 ore.

Karen Meech spiega l’importanza della scoperta: «Questa variazione di luminosità insolitamente grande significa che l’oggetto è molto allungato: circa dieci volte più lungo che largo, con una forma complessa e contorta. Abbiamo anche scoperto che ha un colore rosso scuro, simile agli oggetti delle zone esterne del Sistema solare, e confermato che è completamente inerte, senza la minima traccia di polvere».

Queste proprietà suggeriscono che ‘Oumuamua sia denso, probabilmente roccioso o con un contenuto elevato di metalli, che non abbia quantità significative di acqua o ghiaccio e che la sua superficie sia scura e arrossata a causa dell’irradiazione da parte dei raggi cosmici nel corso di milioni di anni. Si è stimato che sia lungo almeno 400 metri.

Calcoli preliminari dell’orbita hanno suggerito che l’oggetto sia arrivato dalla direzione approssimativa della stella brillante Vega, nella costellazione settentrionale della Lira. In ogni caso, anche viaggiando alla velocità vertiginosa di circa 95 000 km/h, c’è voluto così tanto tempo per questo viaggio interstellare fino al nostro Sistema solare che Vega non era nemmeno in quella posizione quando l’asteroide era là vicino, circa 300mila anni fa. ’Oumuamua potrebbe aver vagato per la Via Lattea, senza essere legato a nessun sistema stellare, per centinaia di milioni di anni prima di aver casualmente incontrato il Sistema solare.

Gli astronomi stimano che un asteroide interstellare simile a ’Oumuamua attraversi il Sistema solare interno circa una volta all’anno, ma poiché sono deboli e difficili da trovare non sono stati identificati finora. Solo recentemente i telescopi per survey, come Pan-Starrs, sono diventati sufficientemente potenti per avere la possibilità di scovarli.

«Stiamo continuando a osservare questo oggetto, unico nel suo genere», conclude Olivier Hainaut, «speriamo di riuscire a identificare con maggior precisione il suo luogo di origine e la prossima destinazione di questo suo viaggio galattico. E ora che abbiamo trovato la prima roccia interstellare, ci stiamo preparando per le prossime!».

Fonte: comunicato stampa Eso

Per saperne di più:

  • Leggi su Nature l’articolo “A brief visit from a red and extremely elongated interstellar asteroid“, di Karen J. Meech, Robert Weryk, Marco Micheli, Jan T. Kleyna, Olivier R. Hainaut, Robert Jedicke, Richard J. Wainscoat, Kenneth C. Chambers, Jacqueline V. Keane, Andreea Petric, Larry Denneau, Eugene Magnier, Travis Berger, Mark E. Huber, Heather Flewelling, Chris Waters, Eva Schunova-Lilly e Serge Chastel

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

Source: Ecco ’Oumuamua, il nostro ospite interstellare | MEDIA INAF

Nov 23

Addio cielo stellato, notti sempre meno buie: aumenta l’inquinamento luminoso – Repubblica.it

Addio cielo stellato, notti sempre meno buie: aumenta l'inquinamento luminoso
Dal satellite: Milano di notte nel 2012 (a sinistra) e nel 2015 (a destra) dopo l’adozione dei LED per l’illuminazione urbana 

Le notti stanno diventando sempre meno illuminate. Colpa dell’illuminazione artificiale in aumento in quasi tutto il mondo. In crescita anche i LED, non rilevati dai satelliti. Un pericolo per l’ambiente e per la salute, secondo gli esperti

di SANDRO IANNACCONE

“IL CIELO stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Fosse vissuto nel presente, l’epitaffio sulla tomba del filosofo Immanuel Kant sarebbe dovuto essere diverso. Perché sembra proprio che tra non molto, purtroppo, dovremo dire addio allo spettacolo del firmamento stellato. Tutta colpa dell’inquinamento luminoso, in costante e rapidissima crescita in quasi tutte le zone del mondo. Luci artificiali sempre più intense, che minacciano di rendere le notti meno buie e che, oltre a privarci del piacere di rimirare le stelle, avranno pesanti implicazioni sulla salute e sull’ambiente. A raccontarlo, sulle pagine della rivista Science Advances, è un’équipe di scienziati del Leibniz-Institute of Freshwater Ecology and Inland Fisheries e di altri enti di ricerca, che ha tracciato, esaminando immagini satellitari, l’aumento dell’illuminazione artificiale notturna nel corso degli ultimi anni. I risultati lasciano poco spazio a dubbi: il nostro pianeta è sempre più illuminato. Il viaggio al termine della notte, per dirla con Céline, sta per compiersi.GUARDA Il nuovo atlante Nasa della Terra di notte

· GLI EFFETTI DELL’INQUINAMENTO LUMINOSO
“Si tratta di un trend molto preoccupante”, spiega Franz Holker, uno degli autori del lavoro, “perché siamo convinti che la luce artificiale sia un inquinante ambientale che ha profonde implicazioni ecologiche ed evolutive per molti organismi, dai batteri ai mammiferi, esseri umani compresi. L’aumento dell’inquinamento luminoso potrebbe modificare per sempre interi ecosistemi”. I ricercatori, in particolare, hanno analizzato i dati provenienti da Virs (Visible Infrared Imaging Radiometer Suite), un sensore satellitare messo a punto dalla Nasa in collaborazione con la Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), relativi all’illuminazione notturna artificiale nei mesi di ottobre del quadriennio 2012-2016. E hanno scoperto che in questo periodo di tempo la superficie del nostro pianeta illuminata (artificialmente) è aumentata del 2,2% ogni anno; inoltre, le zone già illuminate lo sono diventate ancora di più, facendo registrare un aumento dell’intensità luminosa del 2,2% ogni anno. A “soffrire” di più, continuano gli scienziati, sono le nazioni in via di sviluppo (in particolare stati asiatici, africani e sudamericani). Gli unici paesi in cui l’illuminazione notturna è diminuita sono quelli colpiti dalla guerra, come Yemen e Siria.

· TANTI, FORSE TROPPI LED
Ma c’è dell’altro. L’inquinamento luminoso nei paesi più industrializzati, stando ai dati di Virs, sembra rimanere su livelli stabili. Ma forse, precisano gli scienziati, le cose stanno diversamente: gli “occhi” di Virs, infatti, non possono vedere le lunghezze d’onda della luce blu emessa dalle lampade a LED. Che stanno diventando sempre più diffuse, per l’appunto, nel mondo occidentale. “Il sensore che abbiamo utilizzato”, spiega Christopher Kyba, del German Research Center for Geosciences, un altro degli autori dello studio, “non ci dice niente sull’illuminazione a LED. Questo implica che le nostre misure sono, probabilmente, una stima al ribasso dell’effettivo inquinamento luminoso. L’illuminazione percepita dagli esseri umani potrebbe essere molto superiore a quella che riportiamo nello studio”. Il discorso relativo all’illuminazione a LED, d’altronde, è parecchio complesso: certamente si tratta di una tecnologia più efficiente, in termini di consumo energetico, rispetto all’illuminazione tradizionale, ma proprio questo aspetto fa sì che spesso se ne abusi. “Il fatto che la luce prodotta da lampade a LED costi meno”, continua Kyba, “rende le persone e le amministrazioni più propense ad accenderle a cuor leggero, senza tener conto del loro effetto inquinante”.

· IL GIORNO E LA NOTTE
Un effetto che è certamente da non sottovalutare. Gli esseri viventi, infatti, si sono evoluti per vivere in un ambiente caratterizzato dal ciclo naturale del giorno e della notte. E gli esseri umani non fanno eccezione. Un’eccessiva esposizione all’illuminazione artificiale è fonte di grande stress per il nostro organismo: diversi studi ne hanno mostrato gli effetti detrimentali su ritmi circadiani, sonno, umore, soglia dell’attenzione, funzioni cognitive. Un lavoro del 2016 ha mostrato, addirittura, l’esistenza di una possibile correlazione tra esposizione all’illuminazione notturna e insorgenza di diverse forme di tumore. Problemi sui quali, paradossalmente, sarebbe il caso di far luce.

 

Source: Addio cielo stellato, notti sempre meno buie: aumenta l’inquinamento luminoso – Repubblica.it

Nov 22

Satellite dal Marocco per l’Osservazione terrestre – Associazione Astrofili Segusini

Il 7 novembre 2017 alle 22:42:31 locali (01:42:31 UTC dell’8 novembre) un vettore Vega di Arianespace ha lanciato da Kourou (Guyana Francese) il primo satellite di osservazione terrestre del Marocco. Il satellite è stato denominato Mohammed VI-A in onore dell’attuale Re del Marocco…

Nov 22

Su Marte scorre sabbia | MEDIA INAF

L’immagine mostra la parte superiore del bordo meridionale del cratere di Tivat, ripresa nel 2011 dalla fotocamera ad alta risoluzione Imaging Science Experiment (HiRISE) sul Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa. Il nord è verso l’alto e la pendenza scende verso nord-ovest. La vista si estende su un’area larga circa 300 metri (la scala di 50 metri è riportata in basso, a sinistra). Nella figura sono evidenti diverse venature scure sul pendio interno del cratere marziano. Queste venature, chiamate Rsl, sono state recentemente interpretate come flussi di sabbia asciutta, piuttosto che flussi di acqua (come si era inizialmente ipotizzato). Crediti: Nasa / Jpl-Caltech / Ua / Usgs

Le ipotesi formulate a partire dal 2011 per spiegare le venature che compaiono stagionalmente sui pendii marziani, denominate recurring slope lineae (Rsl), potrebbero dover essere profondamente riviste: questa la conclusione alla quale giunge uno studio pubblicato ieri su Nature Geoscience. Inizialmente interpretate come il segno della presenza di acqua sul Pianeta rosso, emerge ora che per la formazione delle Rsl si debbano in realtà chiamare in causa flussi granulari: flussi nei quali granelli di sabbia e polvere scivolano lungo i pendii del Pianeta rosso creando le strette strisce scure che osserviamo nelle bellissime immagini del Mars Reconnaissance Orbiter (Mro) della Nasa.

Ma perché non può trattarsi di acqua? HiRISE (High Resolution Imaging Science Experiment), la potente macchina fotografica a bordo di Mro, dopo un’analisi attenta e continuativa dei pendii marziani ha evidenziato che queste strutture esistono solo su pendii abbastanza ripidi, tali da consentire ai granuli di scivolare lungo il profilo. «Inizialmente avevamo ipotizzato che le Rsl fossero riconducibili a flussi di acqua liquida, ma le pendenze coinvolte sono più simili a quelle che ci aspettiamo per la sabbia asciutta», spiega Colin Dundas, del Centro scientifico di astrogeologia degli Stati Uniti presso il Geological Survey di Flagstaff, in Arizona. «Questa nuova comprensione delle Rsl è compatibile con altre evidenze sperimentali che mostrano come Marte oggi sia di fatto molto secco».

Dundas è l’autore principale della pubblicazione che si basa sulle osservazioni acquisite da HiRISE. I dati includono modelli 3D dei pendii, effettuati utilizzando coppie di immagini per una visione stereoscopica. Dundas e i co-autori hanno esaminato ben 151 venature presenti in una decina di siti diversi. Pressoché tutte le RSL studiate sono associate a pendenze più ripide di 27 gradi (vedi i grafici qui sotto).

Pendenze (a sinistra) e profili (a destra) delle RSL analizzate nel lavoro di Dundas et al 2017

Ogni flusso granulare termina su un pendio che corrisponde al cosiddetto angolo di riposo (che misura la scorrevolezza dei materiale in polvere e dà un’indicazione della loro fluidità) riscontrato nella sabbia asciutta delle dune presenti su Marte e sulla Terra. «Le Rsl non scorrono su pendenze inferiori e le loro lunghezze sono così strettamente correlate all’angolo di riposo, che non può essere una coincidenza», osserva Alfred McEwen, ricercatore all’Università dell’Arizona, a Tucson, e coautore dello studio.
Un simile flusso dovuto ad acqua liquida dovrebbe estendersi fino a pendenze meno ripide: è per questo motivo che dobbiamo abbandonare l’ipotesi che sia acqua liquida a scorrere nei pendii marziani.

Di fatto, l’ipotesi iniziale che chiamava in causa l’acqua nella formazione delle Rsl costituiva una sfida per i ricercatori, poiché non si riusciva bene a capire come potesse esistere così tanta acqua liquida sulla superficie di Marte. L’attuale ipotesi del flusso granulare si adatta meglio alla nostra comprensione della superficie del Pianeta rosso, esposta ad un’atmosfera fredda e sottile che rende estremamente improbabile la presenza di acqua corrente. L’acqua liquida su Marte potrebbe essere limitata a tracce di umidità disciolta dall’atmosfera e a film sottili, che però costituiscono ambienti difficili per la vita, così come la conosciamo noi.

Tuttavia, non è ancora chiaro come questi flussi di sabbia vengano generati e si accrescano lungo i pendii. Non è chiara la loro ricomparsa stagionale e il loro rapido sbiadirsi. Gli autori del lavoro suggeriscono alcune possibilità per spiegare questi aspetti, che includono il coinvolgimento di piccole quantità di acqua, come sembrerebbe indicato dalla rilevazione di sali idratati presenti in alcuni siti. Gli autori descrivono le possibili connessioni tra questi aspetti ancora incogniti delle Rsl e la loro forma. Ad esempio, i sali potrebbero idratarsi attirando il vapore acqueo dall’atmosfera, e questo processo potrebbe condurre alla formazione di acqua salata. I cambiamenti stagionali nell’idratazione dei grani contenenti sale potrebbero causare alcuni meccanismi di innesco per i flussi dei grani stessi, come espansione, contrazione o rilascio di acqua. L’oscuramento e lo sbiadirsi del rivoli di sabbia potrebbero derivare da cambiamenti nell’idratazione.

Ma se il vapore acqueo atmosferico è un trigger, allora una domanda che nasce spontanea è: perché le striature appaiono solo su alcuni pendii ma non su altri? «La formazione di queste strutture probabilmente si basa su un meccanismo che è unico all’ambiente marziano», dice McEwen, «quindi esse rappresentano una grande opportunità per capire cosa avviene sulla superficie di Marte, che è fondamentale per la futura esplorazione del pianeta».

«La piena comprensione delle Rsl probabilmente si avrà con un’indagine sul campo di queste strutture», conclude lo scienziato di Mro Rich Zurek, del Jet Propulsion Laboratory della Nasa. «Anche se il nuovo studio suggerisce che le Rsl non sono abbastanza umide per favorire la vita microbica, è probabile che l’indagine in sito di queste venature richiederà comunque procedure speciali per evitare l’introduzione di microbi dalla Terra, almeno fino a quando non saranno definitivamente caratterizzate. In particolare, una spiegazione completa di come queste venature si oscurino e svaniscano ancora ci sfugge. Il telerilevamento in diversi momenti della giornata potrebbe fornire indizi importanti».

Per saperne di più:

 

Source: Su Marte scorre sabbia | MEDIA INAF

Nov 22

Impulsi dai brillamenti solari anche sulla Terra | MEDIA INAF

Il satellite della Nasa Solar Dynamics Observatory ha catturato questo brillamento solare di classe X il 15 febbraio 2011. Crediti: NASA’s Goddard Space Flight Center/SDO

Nonostante la distanza che ci separa dal Sole, l’attività superficiale della nostra stella madre può avere effetti anche sul nostro pianeta. Il monitoraggio costante è il segreto per non arrivare impreparati. Gli esperti controllano il Sole di continuo con numerosi strumenti della Nasa, come il Solar Dynamics Observatory (Sdo) e il Geostationary Operational Environmental Satellite (Goes), e di recente due gruppi di ricercatori hanno osservato come i brillamenti solari più potenti mostrino degli impulsi o delle oscillazioni nell’emissione elettromagnetica, e in particolare quella ultravioletta. Come si formano questi brillamenti? Quanto influiscono sullo spazio circostante? Le oscillazioni arrivano anche sulla Terra?

Il primo studio è stato pubblicato su The Astrophysical Journal e descrive le impreviste oscillazioni registrate durante un brillamento del 15 febbraio 2011. Si tratta di un brillamento di classe X, il tipo più potente di queste intense esplosioni, e dato che già all’epoca gli scienziati avevano più strumenti di osservazione, sono stati in grado di tracciare le oscillazioni nella radiazione del brillamento confrontando i dati di diverse osservazioni.

Per provare che i dati sugli impulsi raccolti dallo strumento Goes della Nasa fossero corretti, gli esperti hanno fatto un controllo incrociato utilizzando anche il satellite Sdo, che osserva la luce e le radiazioni solari a diverse lunghezze d’onda. Cosa ci dicono del Sole queste oscillazioni? «Qualsiasi tipo di oscillazione sul Sole può raccontarci molto sull’ambiente in cui si stanno verificando le emissioni», ha dichiarato il primo autore dello studio, Ryan Milligan, fisico presso il Goddard Space Flight Center della Nasa e autore dello studio. «In questo caso, gli impulsi regolari di luce ultravioletta indicavano disturbi – simili a terremoti – che si stavano propagando attraverso la cromosfera, la base dell’atmosfera esterna del Sole, durante il brillamento». Milligan ha aggiunto: «I brillamenti sono molto localizzati, per cui è difficile rilevare le oscillazioni» isolandole dal rumore di fondo delle emissioni regolari del Sole.

Sappiamo già che queste potenti emissioni potrebbero essere nocive per l’uomo se non fossimo difesi dal campo magnetico terrestre. Tuttavia – se abbastanza intensi – possono disturbare il segnale dei satelliti che si trovano nell’orbita geostazionaria, quella dedicata alle comunicazioni. E proprio nel secondo studio, pubblicato questa volta su Journal of Geophysical Research: Space Physics, gli esperti hanno approfondito la connessione tra i brillamenti solari e la ionosfera, cioè lo strato “elettrificato” dell’atmosfera terrestre. In particolare, i fisici solari hanno studiato il brillamento di classe C (100 volte più debole di quello di classe X) del 24 luglio 2016 le cui oscillazioni sono arrivate fino alla regione D della ionosfera, cioè quella che reagisce con lo spazio circostante (radiazioni solari e altro).

La prima autrice di questo secondo lavoro, Laura Hayes del Trinity College di Dublino, ha spiegato che la regione D della ionosfera «influenza le comunicazioni e i segnali di navigazione. I segnali attraversano la regione D e le variazioni nella densità degli elettroni influenzano l’assorbimento del segnale». Cosa vuole dire? I brillamenti solari, e ogni altro evento violento proveniente dal Sole, influisce in modo significativo sulle comunicazioni terrestri. Gli scienziati hanno utilizzato i dati provenienti da segnali radio a frequenza molto bassa per sondare gli effetti dei brillamenti sulla ionosfera: monitorando il modo in cui i segnali a bassa frequenza si propagano da un capo all’altro della ionosfera, gli scienziati possono mappare le variazioni della densità degli elettroni. Unendo questi dati a quelli raccolti da Goes e Sdo, i fisici hanno trovato che la densità degli elettroni della regione D “pulsava” in base alle oscillazioni provenienti dal Sole durante i brillamenti.

Hayes ha aggiunto: «Questo è un risultato emozionante, perché ci mostra che l’atmosfera terrestre è più legata alla variabilità dei raggi X solari di quanto si pensasse in precedenza. Ora abbiamo intenzione di esplorare ulteriormente questo rapporto dinamico tra il Sole e la ionosfera».

Per saperne di più:

Source: Impulsi dai brillamenti solari anche sulla Terra | MEDIA INAF

Nov 22

L’UNESCO proclama il 16 maggio come Giornata Internazionale della Luce – Edu INAF

La 39.ma Sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato la data del 16 maggio come la Giornata Internazionale della Luce. La proclamazione di questa annuale Giornata Internazionale permetterà al mondo di apprezzare il ruolo centrale giocato dalla luce e dalle tecnologie luminose nella vita dei cittadini del mondo nelle aree della scienza, tecnologia, cultura, educazione e sviluppo sostenibile. La Giornata Internazionale della Luce è in continuità con l’Anno Internazionale della Luce proclamato con successo dall’UNESCO per il 2015 e che ha raggiunto oltre 100 milioni di persone in oltre 140 paesi. La Giornata Internazionale della Luce è stata proposta all’UNESCO da Ghana, Messico, Nuova Zelanda e Federazione Russa, e supportata dai 27 paesi del Comitato Esecutivo e della Conferenza Generale dell’UNESCO: Argentina, Colombia, Repubblica Ceca, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Dominicana, Ecuador, Egitto, Finlandia, Iran, Costa d’Avorio, Kenya, Libano, Madagascar, Malesia, Marocco Nicaragua, Serbia, Sud Africa, Sudan, Svezia, Nigeria, Paraguay, Qatar, Togo, Vietnam, Uganda e Zimbabwe.
Il Giorno Internazionale della Luce è amministrato dal Programma Internazionale di Scienza di Base dell’UNESCO da un Comitato Direttivo che include anche rappresentanti da: American Institute of Physics (AIP), American Physical Society (APS), Bosca, European Centres for Outreach in Photonics (ECOP), European Physical Society (EPS), International Association of Lighting Designers (IALD), International Centre for Theoretical Physics (ICTP), EEE Photonics Society (IPS), International Commission on Illumination (CIE), lightsources.org, Light: Science and Applications, Optical Society (OSA), Philips Lighting, International Society for Optics and Photonics (SPIE), Synchrotron-Light for Experimental Science and Applications in the Middle East (SESAME) e Thorlabs.
I partner in tutto il mondo stanno programmando una serie ambiziosa di attività divulgative ed educative per maggio 2018, con una speciale attenzione verso gli studenti, i giovani e il grande pubblico. Inoltre, è prevista un evento inaugurale con Premi Nobel e leader nelle aree dell’educazione, industria, design e illuminazione che si terrà il 16 maggio 2018 presso il quartier generale dell’UNESCO a Parigi, in Francia.
Per maggiori dettagli su coinvolgimenti e collaborazioni per la Giornata Internazionale della Luce, leggere la news originale.

L’UNESCO proclama il 16 maggio come Giornata Internazionale della Luce – Edu INAF

Nov 14

Strani giganti nella galassia: scoperti esopianeti ‘impossibili’ – Repubblica.it

Una ‘stella mancata’ della massa di oltre 13 volte quella di Giove, potrebbe essere una nana bruna ma sta in una zona di solito occupata da pianeti rocciosi. E poi c’è un gigante gassoso attorno a una nana rossa. Abbastanza anomali da far rivedere ai ricercatori le teorie sulla formazione dei sistemi planetari

Sorgente: Strani giganti nella galassia: scoperti esopianeti ‘impossibili’ – Repubblica.it

Nov 13

Tace il lato oscuro della forza (elettromagnetica) | MEDIA INAF

L’analisi di dieci anni di dati dell’esperimento BaBar, i cui risultati sono pubblicati ora su Physical Review Letters, consente di escludere che i fotoni oscuri, particelle che continuano a rimanere elusive e per ora solo ipotetiche, possano essere la spiegazione a un’anomalia muonica

Sorgente: Tace il lato oscuro della forza (elettromagnetica) | MEDIA INAF