Nettuniano eccentrico nel sistema BD-11 46762 – Osservatorio Astrofisico di Torino

Domenico Barbato, Post-doc INAF-OATo

Matteo Pinamonti, Post-doc INAF-OATo

La stella nana di classe K BD-11 4672, attorno a cui era giá nota la presenza di un esopianeta con una massa minima di 0.65 masse gioviane e un periodo di quasi 4 anni e mezzo, ospita un secondo pianeta di almeno 15 masse terrestri con un periodo di 74 giorni con un’eccentricitá tra le piú elevate finora note tra pianeti di massa e periodo simili.
Il nuovo pianeta BD-11 4672 c é stato individuato da un team di ricercatori internazionali, guidati da Domenico Barbato e Matteo Pinamonti dell’INAF di Torino, nell’ambito della collaborazione GAPS (Global Architecture of Planetary Systems) e grazie alle misure ad alta precisione ottenute utilizzando lo spettrografo HARPS-N, installato al Telescopio Nazionale Galileo.
La ricerca di sistemi esoplanetari con simili architetture, ospitanti giganti di lungo periodo e pianeti di massa minore su orbite interne, é fondamentale nello studio teorico dei modelli di formazione ed evoluzione planetaria; i diversi meccanismi di formazione e migrazione fanno infatti sí che la presenza di uno o più pianeti giganti posizionati su orbite di lungo periodo possa favorire o impedire la sopravvivenza di pianeti di massa minore nelle regioni più interne del sistema.
Il nuovo pianeta è inoltre situato vicino al limite interno della fascia di abitabilità, e le analisi di stabilità dinamica condotte nello studio suggeriscono che la sua massa ed eccentricitá abbiano un impatto negativo sulla sopravvivenza di eventuali pianeti temperati non ancora rilevati dalle osservazioni, permettendo solo la sopravvivenza di super-Terre o oggetti Nettuniani nella porzione esterna della zona abitabile.

link articolo su arXiv: https://arxiv.org/abs/2006.14393

link media INAF: https://www.media.inaf.it/2020/08/06/in-compagnia-dei-giganti/

Schema grafico che mostra l’architettura del sistema planetario confrontata con quella del nostro Sistema solare

 

Source: Nettuniano eccentrico nel sistema BD-11 46762 – Osservatorio Astrofisico di Torino

Il Cielo di Agosto 2020 | Coelum Astronomia

Di Redazione Coelum Astronomia
Cartina Luglio e Agosto

LE COSTELLAZIONI

Nel mese di Agosto, Andromeda e Pegaso saranno già molto alti verso sudest, mentre a ovest, sempre più basso, si preparerà a salutarci il Boote con Arturo. A fine agosto, già prima della mezzanotte, si potrà assistere al sorgere delle “sette sorelle”, le Pleiadi, le primissime avvisaglie della stagione più fredda – però ancora lontana – che porterà con sé le brillanti e fotogeniche stelle invernali.

COSA OFFRE IL CIELO

IL SOLE

Dopo aver raggiunto, il 20 giugno scorso, il suo punto più alto nel cielo, la nostra principale fonte di luce tornerà a ridurre sempre più la sua declinazione. Negli ultimi giorni di agosto, nel passare al meridiano, raggiungerà (alla latitudine di 42° N) un’altezza dall’orizzonte di poco superiore ai +56°, contro i +70° di metà luglio. Ciò si tradurrà in un sostanzioso aumento delle ore utili all’osservazione degli oggetti del cielo profondo, così che se a inizio luglio la notte astronomica avrà una durata di 4 ore e mezza soltanto, a fine agosto si arriverà invece alle 7 ore e mezza.

I PIANETI

Di seguito vengono fornite alcune indicazioni sulle condizioni di osservabilità dei pianeti per i mesi di luglio e agosto 2020. Gli orari sono espressi in TMEC, cioè all’ora indicata dai nostri orologi.

MERCURIO

Mag. da -1,0 a –0,3; diam. da 6,1″ a 4,9″
Osservabile con difficoltà dopo il tramonto
In Gemelli fino al 4, in Cancro dal 5 al 13, poi in Leone

Agosto si apre dunque con il pianeta già in buone condizioni osservative, al mattino prima dell’alba, ma comunque declinanti.
Il 1 agosto sarà al nodo ascendente, Il 6 agosto Mercurio si troverà al perielio, mentre il giorno 17 sarà in congiunzione superiore con il Sole, risultando pertanto inosservabile.
Potremo forse scorgerlo nuovamente, la sera immerso nelle colorate luci del tramonto, a fine agosto, quando però ci lascerà solo circa 30 minuti dopo che anche il Sole sarà sceso sotto l’orizzonte.

VENERE

Mag. da –4,7 a –4,4; diam. da 27,6″ a 19,7″; fase da 43% a 59%
Ottimamente osservabile la mattina prima dell’alba
In Toro

In agosto le condizioni osservative si faranno ancora migliori, con Venere che sorgerà alle 2:50 (quindi 3 ore 15 minuti prima del Sole).
Il pianeta è rapidamente diretto verso la massima elongazione occidentale dal Sole (45,8°), che raggiungerà il giorno 13 agosto.
Nel corso del mese Venere si sposterà tra le costellazioni del Toro, Orione e Gemelli, sfiorando alcune delle stelle principali di queste costellazioni (Zeta Tauri il 2 agosto, Chi1 e Chi2 Orionis tra il 6 e il 9 agosto, Ni Geminorum il 15 agosto e Zeta Geminorum il 23 agosto).
Potremo dunque godere della vista del pianeta in condizioni ottimali anche per il resto del mese, notando però un’inversione di tendenza già sul finire di agosto, quando Venere sorgerà alle 2:54, iniziando così a erodere il suo anticipo sulla levata del Sole.

MARTE

Mag. da –1,0 a –1,8; diam. da 14,6″ a 18,7″
Osservabile quasi tutta la notte
In Pesci

In Agosto, il Pianeta Rosso anticiperà sempre di più la sua levata dall’orizzonte orientale, alle 23:40 del 1 Agosto (6:01 prima dell’alba) e alle ore 23:01 del 31 (1 ora dopo il tramonto), orari con riferimento alla località di Pino Torinese), divenendo quindi (già dalla metà di agosto) uno dei pianeti che ci faranno compagnia la sera.
Il 3 agosto Marte raggiungerà il perielio, il punto della sua orbita più vicino al Sole.
Non solo, essendo rapidamente diretto verso l’opposizione al Sole (che si verificherà però in ottobre), lo vedremo guadagnare, giorno dopo giorno, sia in luminosità (con la sua magnitudine che a fine agosto sarà pari a –1,8), sia in dimensione apparente (diametro di 18,7″ a fine agosto).
Lo troveremo tra le stelle del Cetus, fino a fine agosto, dove poi passerà successivamente nei Pesci.
Consideriamo i mesi che abbiamo davanti come una palestra per esercitarsi nell’osservazione e nella ripresa di Marte, in attesa della prossima opposizione: attendiamo le vostre immagini in PhotoCoelum!

GIOVE

Mag. da –2,7 a –2,6; diam. da 47,1″ a 44,5″
In Sagittario
Osservabile di sera

Ottime le condizioni di osservabilità di Giove in agosto: potremo osservare il grande pianeta in prima serata, fin dalle prime ore dopo il crepuscolo serale. Giove sarà facile da rintracciare in cielo, entro i confini della costellazione del Sagittario: ci apparirà come una stella brillante (mag. –2,8) visibile a occhio nudo.
Il gigante gassoso a inizio agosto si levera alle 19:42, orario che però sarà largamente anticipato nell’arco dell’ottavo mese dell’anno, mentre a fine agosto Giove sorge alle ore 17:35, rendendosi dunque visibile già a una buona altezza sull’orizzonte di sudest quando il cielo si sarà fatto sufficientemente scuro da permetterci di individuarlo.

Avremo così a disposizione numerose ore per osservare e riprendere Giove, dedicandoci a scrutare le sue numerose caratteristiche peculiari, tra cui le bande, i festoni e l’immancabile Grande Macchia Rossa. Sarà un piacere inoltre seguire, all’oculare di un telescopio o con un buon binocolo, il moto dei suoi satelliti principali, i Satelliti Medicei. Solo con un telescopio sarà possibile apprezzare anche il transito dell’ombra di questi satelliti sul disco del pianeta.

SATURNO

Mag. da +0,2a +0,3; diam. da 18,4″ a18,0″
In opposizione in luglio
Osservabile di sera

In Agosto, il signore degli anelli, subito dopo aver raggiunto l’opposizione lo scorso 20 Luglio, si troveràanel Sagittario e seguirà a breve distanza (poco meno di 7°) il più brillante Giove.
Sorgerà alle 20:11 a inizio agosto, fino alle 18:03 alla fine del mese(orari con riferimento alla località di Pino Torinese (TO) ).

Una grande attrattiva di questo pianeta è senza dubbio il suo sistema di anelli, in grado di rendere davvero unico questo corpo celeste, visibile già con un modesto telescopio: una delizia da osservare e da fotografare.

URANO

Mag. da +5,8 a +5,7; diam. da 3,5″ a 3,7″
Osservabile nella seconda parte della notte

In agosto, troveremo Urano nella costellazione dell’Ariete, verso il confine con il Cetus. Considerata la sua debole magnitudine (+5,8) per individuarlo avremo bisogno come minimo di un buon binocolo, sotto un cielo molto scuro e limpido, o, ancora meglio, di un buon telescopio.
Per localizzarlo potremo sfruttare la stella Mu Ceti (mag. +4,3): il pianeta si troverà (in un sistema equatoriale) a 5° 15’ a nordovest della stella.
Il pianeta sorgerà pochi minuti dopo la mezzanotte (00:14) il primo di agosto e, a fine agosto, alle 22:05.
Avremo dunque parecchie ore per osservare il pianeta, anche se, perché la sua elevazione sull’orizzonte sia sufficiente, dovremo necessariamente aspettare la tarda notte. Il giorno 15 agosto sarà stazionario, per iniziare poi il moto retrogrado.

NETTUNO

Mag. da +7,9 a +7,8; diam. 2,3″ a 2,4″
Agosto: osservabile praticamente tutta la notte

Nettuno non è mai un soggetto semplice da osservare e nemmeno nei mesi estivi le cose si faranno più semplici, nonostante il miglioramento costante delle condizioni osservative.
Tuttavia, nel mese di agosto le sue condizioni di osservabilità saranno migliori dei mesi precedenti: il grande pianeta ghiacciato: a inizio agosto sorgerà alle 22:26, a fine agosto alle 20:25.
La sua posizione in cielo sarà buona per ciò che concerne l’osservabilità, ma servirà pazienza e impegno per trovarlo, e sicuramente sarà necessario l’aiuto di un buon telescopio. Lo troveremo tra le stelle dell’Acquario, verso il confine con i Pesci.
Per localizzarlo potremo utilizzare la stella Psi1 Aqr (mag. +4,2) che, in un sistema di riferimento equatoriale, si troverà a sud-sudest di circa 4° 35’ dal pianeta.

PIANETI NANI

PLUTONE

Dopo aver raggiunto il 15 luglio l’opposizione e quindi le condizioni di migliore osservabilità, e il relativo picco massimo di magnitudine (+14,3), in agosto le sue condizioni di osservazione leggermente peggioreranno.
Assolutamente impossibile da scorgere a occhio nudo o con un semplice binocolo, dovremo dotarci necessariamente di un telescopio di diametro generoso per riuscire a percepire qualcosa. Plutone si troverà nella costellazione del Sagittario, proprio in compagnia di Giove e Saturno, a poca distanza da essi, che ci potranno aiutare a localizzarlo.

 

(1) CERERE

Alle numerose opposizioni celesti offerte da questa stagione estiva che, come abbiamo visto in queste pagine, riguardano pianeti, pianeti nani e asteroidi, si aggiunge anche quella del pianeta nano (1) Cerere che si troverà in opposizione al Sole il giorno 28 agosto. Pertanto, anche il grande asteroide si troverà nelle migliori condizioni osservative dell’anno e non potremo assolutamente mancare di osservarlo o di riprenderlo. Lo potremo rintracciare nella costellazione dell’Acquario a 4° 28’ a sudovest di c2 Aquarii (mag. +3,6) oppure a 5° 56’ a nord della ben più brillante Fomalhaut (Alfa Piscis Austrini, mag. +1,2). Quando il pianeta nano culminerà al meridiano, alle ore 1:50 circa, raggiungerà un’elevazione di 24° sull’orizzonte sud.
La magnitudine raggiunta sarà pari a +7,7 ponendosi a una distanza di 1,996 UA dalla Terra.

ASTEROIDI

Nel mese di agosto, potremo contare sull’opposizione di alcuni interessanti corpi asteroidali, che si metteranno quindi nelle migliori condizioni per essere osservarti e ripresi. Di sicuro sarà interessante seguire le opposizioni dei primo corpo catalogato come asteroidi, (1) Cerere (vedi box dedicato).

(20) MASSALIA

Chiudiamo la rassegna delle opposizioni asteroidali notevoli di questo periodo estivo citando rapidamente l’opposizione di (20) Massalia che avverrà il 28 agosto. Scoperto da Annibale De Gasparis a Napoli il 19 settembre 1852, il giorno della prossima opposizione l’asteroide si troverà nella costellazione dell’Acquario a una distanza di 1,576 UA dalla Terra. La magnitudine raggiunta sarà di +9,6, con un’altezza sull’orizzonte di circa 39° al culmine in meridiano.

 

 

CONGIUNZIONI

CONGIUNZIONE LUNA GIOVE SATURNO (1-2 AGOSTO 2020 22:00)

Nelle serate dei giorni 1 e 2 agosto, in prima serata e dunque in orario comodo, alle ore 22:00, guardando verso sud-sudest, potremo ammirare una congiunzione che coinvolge la Luna e i brillanti pianeti Giove e Saturno. Si tratta di una di quelle occasioni in cui potremo osservare l’evoluzione del fenomeno su due giornate: il teatro dell’incontro è quello della costellazione del Sagittario, ricchissima di stelle che però, considerata la luminosità della Luna, non emergerà bene dal fondo del cielo.
Si inizia la sera del primo di agosto, con la Luna quasi piena (fase del 97%) situata a circa 2° e mezzo a sud di Giove (mag. –2,7). Giove è molto brillante e appariscente, facilmente individuabile a occhio nudo, e non teme il bagliore lunare.
Il giorno dopo, 2 agosto, sempre alla stessa ora, i due pianeti si saranno spostati impercettibilmente sulla volta stellata mentre la Luna avrà compiuto un balzo consistente, andando ad avvicinarsi maggiormente a Saturno (mag. +0,1): si sarà posizionata a 4° 50’ a sudovest del pianeta, la cui luminosità, ben più tenue di quella di Giove, soffre un po’ della presenza della Luna, ormai quasi Piena.
Se decideremo di realizzare qualche scatto fotografico di questa congiunzione, forse sarà utile tenere a mente che agosto si chiuderà con una congiunzione analoga, e potrebbe essere interessante realizzare una composizione che metta in risalto lo spostamento dei soggetti primari nell’arco di un mese. In tal caso consigliamo di fotografare la congiunzione almeno dopo le 23, in modo da facilitare il confronto con la congiunzione di fine mese se osservata alle ore 22.

CONGIUNZIONE LUNA MARTE (9 AGOSTO 2020 00:00)

Alla mezzanotte del 9 agosto, quindi nella notte tra i giorni 8 e 9, potremo seguire una bella congiunzione tra la Luna (fase del 74%) e il pianeta Marte (mag. –1,3). Si tratta di una congiunzione analoga, almeno per i soggetti coinvolti, a quella dello scorso 12 luglio. Se però nella scorsa occasione i due astri formavano un allineamento verticale, questa volta Luna e Marte si presentano allineati in orizzontale, con la Luna posta a circa 4° 50’ a sudovest del pianeta e alta circa 10° sull’orizzonte est. All’orario consigliato, quindi, i due soggetti saranno ancora non troppo alti sull’orizzonte, consentendo di realizzare immagini che comprendano anche gli elementi del paesaggio, come sempre consigliamo per arricchire i propri scatti fotografici.
Se però vogliamo dedicarci all’osservazione della congiunzione nel momento di minimo avvicinamento, dovremo attendere le ore 4:00 dello stesso giorno, quando la Luna si troverà a poco meno di 3° a sudovest di Marte. In questo momento l’altezza dei due soggetti sarà di circa 50° sull’orizzonte sud e, volendo fotografarli in questa configurazione, per evitare di ottenere uno scatto in cui siano presenti solo i due astri, annegati in un “mare buio”, dovremo andare alla ricerca dei dettagli più alti di strutture architettoniche o le cime degli alberi per aggiungere dettaglio alla nostra fotografia.

CONGIUNZIONE LUNA VENERE (15 AGOSTO 2020 05:00)

La mattina del 15 agosto, senza dover affrontare una levataccia (parliamo delle 5:00 circa), potremo osservare, guardando a est, una classica ma sempre affascinante congiunzione tra una falce di Luna (fase del 18%) e il brillante pianeta Venere (mag. –4,4). La Luna si troverà a nord del pianeta, alto 30°, separato da esso di circa 5° 25’. Sarà una di quelle occasioni in cui il cielo ci apparirà decisamente tridimensionale. Sullo sfondo di un blu tenuemente rischiarato, potremo ammirare le stelle dei Gemelli, teatro dell’incontro, con le brillanti Castore (Alfa Geminorum, mag. +1,9) e Polluce (Beta Geminorum, mag. +1,2), più a est, sfondo su cui Venere ci apparirà decisamente staccato, per via della sua forte brillantezza. Anche la Luna contribuirà all’effetto, poiché, oltre alla sottile falce luminosa, ci apparirà delicatamente luminosa a causa della luce riflessa dalla Terra, un fenomeno detto “luce cinerea”. Sarà davvero un bel momento da immortalare in fotografia. Se preferite affrontare la sveglia presto la mattina, per vedere i due soggetti più bassi sull’orizzonte, considerate che Venere sorge poco prima delle ore 3:00.

CONGIUNZIONE LUNA GIOVE SATURNO (28/29 AGOSTO 2020 21:00)

Agosto si conclude come era iniziato, con una bella congiunzione su due giorni che vede coinvolti la Luna, Giove e Saturno. Valgono ovviamente gli stessi consigli dati per l’osservazione della congiunzione di inizio mese, anche se, inevitabilmente, variano le posizioni reciproche degli astri, così come la posizione rispetto all’orizzonte delle stelle di sfondo. In particolare, guardando verso sud, la sera del 28 agosto alle ore 21:00, vedremo la Luna (fase dell’82%) posizionarsi a 3°50’ a sudovest di Giove (mag. –2,6). I due astri saranno alti più di 22° sull’orizzonte.
Il giorno seguente, il 29 agosto alla medesima ora, la Luna (fase dell’88%) si sarà spostata per raggiungere e superare Saturno (mag. +0,3), ponendosi a circa 3° a sud del pianeta. Si tratta di una classica congiunzione tra Luna e pianeti, sempre interessante da osservare.
Se a inizio mese vi siete dedicati alla fotografia della prima congiunzione, riprendendo quell’immagine potrete ora apprezzare la netta variazione di posizione dei due pianeti, ovviamente con riferimento alle stelle dello sfondo. Da notare che, in particolare, non sarà ancora evidente l’appropinquarsi di Saturno a Giove, visto che dovremo attendere l’inversione del loro moto (in settembre) per vedere i due pianeti avvicinarsi reciprocamente, un avvicinamento che si farà via via più marcato nei prossimi mesi e sfocerà nella “grande congiunzione” di fine anno, in dicembre.

SCIAMI METEORICI

PERSEIDI (12/13 AGOSTO 2020)

Quando si pensa al cielo di agosto vengono subito in mente le stelle cadenti, anche se non è solo questo il periodo dell’anno in cui se ne vedono in gran quantità. Lo sciame che si presenta verso la metà di agosto e che sovrasta di gran lunga, almeno per notorietà, tutti gli altri è quello delle Perseidi, note anche come le “Lacrime di San Lorenzo“. Ogni anno c’è sempre grande attesa per questo sciame meteorico, soprattutto per chi non segue assiduamente i fenomeni del cielo. E così, per qualche giorno, lo spettacolo offerto dalle Perseidi riesce a focalizzare l’attenzione anche dei media generalisti, con il risultato che in migliaia, nella notte di San Lorenzo, rimangono con il naso all’insù, nella speranza di vedere qualche brillante meteora (e magari, come da tradizione popolare, esprimere un desiderio). Ma come si presenterà quest’anno lo sciame? Saranno lacrime o sorrisi?
L’origine apparente di questo sciame si trova nella costellazione del Perseo (da cui le meteore prendono il nome): il punto da cui apparentemente sembrano arrivare, chiamato radiante, si trova infatti nei pressi della stella Eta Persei (mag. +3,8) e vicino a Kappa Persei (mag. +4,8). Si veda la cartina per ottenere i riferimenti nel giorno del massimo.
Lo sciame sarà attivo, come sempre, per un periodo piuttosto lungo, dal 17 luglio al 24 agosto, ma il picco di attività si presenterà, come è noto, attorno alla notte intitolata a San Lorenzo. Nello specifico, per quest’anno il massimo è atteso nella giornata del 12 agosto, in orario diurno, tra le 15 e le 18 (orario locale), cosa che ci indurrà a compiere le nostre osservazioni nella notte tra il 12 e il 13 agosto.
Il periodo orbitale della cometa progenitrice dello sciame e che lo alimenta, la 109P/Swift-Tuttle, è di circa 130 anni (l’ultimo passaggio al perielio risale al 1992 ed è attesa nuovamente per il 2126) ma le Perseidi hanno prodotto una forte attività dal massimo primario avvenuto negli anni ’90. Attività intensa è stata osservata l’ultima volta nel 2016 con numerosi picchi dovuti a passaggi attraverso scie separate di polveri della cometa, con un passaggio rilevato anche nei dati del 2018. Un incontro con un filamento simile è previsto anche per il 2020 (Jenniskens, 2006), la cui posizione calcolata è vicina proprio al momento del massimo (12 agosto alle ore 12). Come gli anni scorsi, il rateo orario di meteore (ZHR) previsto è pari a 100: non potremo purtroppo aspettarci valori di ZHR di 400 come è avvenuto nel ’91 e nel ’92, ma ci sarà sicuramente di che gioire, visto che questo sciame difficilmente delude le aspettative.

Per quanto riguarda il disturbo lunare, bisogna segnalare che la fase di Ultimo Quarto sarà raggiunto l’11 agosto. Nella notte del massimo, la Luna (fase del 37%) sorgerà alle ore 1:00 circa (13 agosto) e si troverà nella costellazione del Toro, non a grande distanza dalla posizione del radiante nel Perseo, comportando quindi un certo disturbo. Dovremo quindi tentare le osservazioni nelle ore che precedono il sorgere della Luna che con il passare dei giorni sarà sempre più ritardato (così come la fase si farà più ridotta). Il disturbo si farà via via più ridotto ma anche la distanza temporale dal picco massimo sarà maggiore.

Le meteore iniziano a rendersi visibili ad altezze di 120-110 km e si spengono generalmente 20 km più in basso, attraversando gli strati della mesosfera a velocità decisamente elevate (60 km/ s). In gran parte sono di colore bianco-giallo, ma esiste una piccola fetta di meteore rosse, blu e verdi, di quest’ultimo colore specialmente se sono molto brillanti: quelle con luminosità superiore alla mag. 0 sono circa il 15%, e a cavallo del massimo più del 30% lascia una scia persistente.

Un’altra particolarità di questo sciame è il comportamento “a impulsi”: le meteore scendono molto spesso a gruppi per alcuni minuti, poi per un tempo maggiore l’attività sembra quasi arrestarsi. Probabilmente ciò è dovuto alla distribuzione delle polveri che le originano a “sacche” o “filamenti”.

Dove puntare lo sguardo

Per osservare o fotografare lo sciame, il consiglio è quello di puntare lo sguardo o la reflex a 35 gradi dal radiante, verso lo zenit, questo perché se inquadriamo direttamente la costellazione del Perseo la notte tra il 12 e il 13 agosto, la maggior parte delle meteore quasi sicuramente usciranno dalla nostra inquadratura. Forse riusciremmo comunque a riprendere le meteore più piccole o quelle che vengono direttamente verso di noi, ma quelle più persistenti, che sfioreranno maggiormente l’atmosfera, esploderanno in tutta la loro luminosità solo dopo aver fatto un tratto di cielo che quasi sicuramente uscirà dall’inquadratura se utilizziamo un obiettivo da 18 mm. Per riuscire a farle rientrare tutte, e ottenere magari quelle immagini a raggiera, tanto affascinanti, dovremmo disporre di un fisheye che può riprendere tutto il cielo in un unico scatto. Con questo tipo di obiettivo tuttavia avremmo delle distorsioni molto evidenti che a non tutti possono piacere…

Inquadrando quindi verso sud, ma quasi allo zenit, sarà più probabile riprendere le stelle cadenti più luminose. Ovviamente si deve essere fortunati e avere una notte senza Luna, che purtroppo come ben sappiamo rischiara molto il cielo e rende invisibili le meteore più deboli. È consigliabile impostare i tempi di posa di 20/25 secondi, sensibilità a ISO 4.000, con il diaframma alla massima apertura (f/3,5 o meglio f/2,8, f/1,8). In questo modo avremo la possibilità di avere un cielo abbastanza ricco di stelle e, se abbiamo la fortuna di assistere a una pioggia meteoritica sufficientemente importante, riusciremo a riprendere anche più di una meteora su ogni fotogramma. Ovviamente se ci sarà la Luna a disturbare la nostra ripresa dovremo avere l’accortezza di accorciare i tempi di posa a 8-10 secondi e diminuire gli ISO (mantenendo però valori almeno attorno a 800-1.000).

• Per tanti consigli di osservazione e ripresa, ma anche di sola lettura, si rimanda a una raccolta di risorse all’indirizzo http://bit.ly/coelum_perseidi

L’articolo completo è pubblicato su Coelum n.246 – 2020 alla pagina 162: Leggilo Online!

Source: Il Cielo di Luglio e Agosto | Coelum Astronomia

 

Riempito il vuoto di 11 miliardi di anni | MEDIA INAF

Domenica 19 luglio 2020 la Sloan Digital Sky Survey ha pubblicato un’analisi completa della più grande mappa tridimensionale del cosmo mai realizzata, colmando le lacune più significative nella nostra comprensione della storia dell’universo, e riempendo il vuoto di 11 miliardi di anni tra la storia antica dell’espansione dell’universo e quella recente

In questa immagine è riportata la mappa della Sdss, mostrata come un arcobaleno di colori, all’interno dell’Universo osservabile (la sfera esterna, sulla quale ci sono le fluttuazioni dello fondo cosmico a microonde). Noi siamo al centro di questa mappa. Gli inserti sulla destra – uno per ogni sezione della mappa, con un codice colore differente – includono un’immagine di una galassia o quasar tipica di quella sezione, e anche il segnale del modello che il team eBoss ha misurato. Poiché guardando lontano nello spazio guardiamo indietro nel tempo, la posizione di questi segnali rivela la velocità di espansione dell’universo in momenti diversi della storia cosmica. Crediti: Anand Raichoor (Epfl), Ashley Ross (Ohio State University) e la Sdss Collaboration

Nella metropolitana di Londra, alla fine degli anni ’60, divenne celebre la frase “Mind the gap” (attenzione al vuoto) per avvertire i passeggeri dello spazio presente in alcune stazioni fra la banchina e le porte del treno. La stessa frase, fino a domenica scorsa, si sarebbe potuta usare guardando lontano nello spazio, o indietro nel tempo, visto che tra la storia recente e quella antica dell’universo sembrava esserci un vuoto di 11 miliardi di anni.

Il 19 luglio 2020, la Sloan Digital Sky Survey (Sdss) ha pubblicato un’analisi completa della più grande mappa tridimensionale del cosmo mai realizzata, colmando le lacune più significative nella nostra comprensione della storia dell’universo, e riempendo quei famosi 11 miliardi di anni.

La survey è stata una delle più riuscite e importanti nella storia dell’astronomia. È stata condotta usando sia l’Apache Point Observatory nel New Mexico – sede del telescopio originale da 2.5 metri della survey – sia l’Osservatorio Las Campanas in Cile, che utilizza il telescopio du Pont gestito dal Carnegie Institution for Science. La Sdss ha creato le mappe tridimensionali più dettagliate dell’universo mai realizzate, con profonde immagini multicolori di un terzo del cielo e spettri per oltre tre milioni di oggetti astronomici.

In particolare, i nuovi risultati che provengono dal Baryon Oscillation Spectroscopic Survey (eBoss), una collaborazione internazionale di oltre 100 astrofisici che lavora a una delle survey sui componenti dell’Sdss. Oggetto degli studi presentati sono le misurazioni dettagliate di oltre due milioni di galassie e quasar che coprono 11 miliardi di anni di tempo cosmico. In totale, sono stati resi pubblici i risultati di oltre 20 articoli scientifici che descrivono, in più di 500 pagine, le analisi del team sugli ultimi dati della eBoss.

Conosciamo l’aspetto dell’universo nella sua infanzia, grazie alle migliaia di scienziati di tutto il mondo che hanno misurato le abbondanze relative di elementi creati subito dopo il Big Bang e hanno studiato il fondo cosmico a microonde (Cmb, acronimo di Cosmic Microwave Background). Conosciamo anche la sua storia di espansione negli ultimi miliardi di anni, dalle mappe della galassia e dalle misurazioni della distanza, comprese quelle delle precedenti fasi dell’Sdss.

La mappa mostra anche che l’espansione dell’universo ha iniziato ad accelerare circa sei miliardi di anni fa e ha continuato a diventare sempre più veloce, da allora. Si ritiene che questa espansione accelerata sia dovuta alla misteriosa forza chiamata energia oscura. In particolare, la misurazione da parte del team eBoss dell’attuale velocità di espansione dell’universo – la Costante di Hubble – è inferiore di circa il 10 percento rispetto ad alcuni valori trovati dalle stime effettuate sulle galassie, vicine e lontane. L’elevata precisione dei dati di eBoss implica che è altamente improbabile che questa discrepanza sia dovuta al caso, e la ricca varietà dei dati di eBoss ci offre molteplici modi indipendenti per trarre la stessa conclusione. «Solo con mappe come la nostra puoi davvero dire con certezza che c’è una discrepanza nella costante di Hubble», afferma Eva-Maria Mueller dell’Università di Oxford, che ha guidato l’analisi per interpretare i risultati dell’intero campione Sdss. «Queste nuove mappe di eBoss lo mostrano in modo più chiaro che mai».

Questa immagine illustra l’impatto che le mappe eBoss e la Sdss hanno avuto sulla nostra comprensione dell’attuale tasso di espansione e curvatura dell’universo negli ultimi 20 anni di lavoro. La regione grigia mostra le nostre conoscenze a partire da 10 anni fa. La regione blu mostra la migliore misurazione attuale, che combina Sdss, eBoss e altri programmi. Crediti: Eva-Maria Mueller (Oxford University) e Sdss Collaboration

Attualmente non esiste una spiegazione ampiamente accettata per questa discrepanza nella velocità di espansione misurata, ma una prospettiva eccitante prevede che una forma sconosciuta di materia o energia risalente all’universo primordiale potrebbe aver lasciato una traccia nella nostra storia.

All’interno del team eBoss, i singoli gruppi nelle università di tutto il mondo si sono concentrati su diversi aspetti dell’analisi. Per creare la parte della mappa risalente a sei miliardi di anni fa, il team ha utilizzato grandi galassie rosse. Per regioni più distanti, hanno usato galassie blu più giovani. Infine, per mappare l’Universo undici miliardi di anni nel passato e oltre, hanno usato i quasar, che sono galassie estremamente luminose a causa della radiazione emessa dal materiale che cade su un buco nero supermassiccio, posto nel loro centro. Ognuno di questi campioni ha richiesto un’attenta analisi per rimuovere le possibile sorgenti di contaminazione e dedurre i modelli di universo.

«Combinando i dati della Sdss con dati aggiuntivi provenienti dal Cmb, dalle supernove e da altri programmi, possiamo misurare simultaneamente molte proprietà fondamentali dell’universo», afferma la Mueller. «I dati della Sdss coprono un intervallo così ampio di tempo cosmico che forniscono progressi maggiori di qualsiasi satellite per misurare la curvatura geometrica dell’universo, trovandolo piatto. Consentono inoltre di misurare la velocità di espansione locale con una precisione dell’uno per cento».

Come eredità per i progetti futuri, eBoss – e più in generale la Sdss – ci lascia con l’enigma dell’energia oscura e la discrepanza tra il tasso di espansione locale e quello dell’universo primordiale. Nel prossimo decennio, le future survey potrebbero risolvere tale enigma, o forse riveleranno ancora più sorprese.

Nel frattempo, con il continuo supporto della Fondazione Alfred P. Sloan e dei membri istituzionali, l’Sdss prosegue la sua missione di mappare l’universo. Karen Masters dell’Haverford College, portavoce dell’attuale fase della Sdss, conclude: «Il Sloan Foundation Telescope e il suo quasi gemello all’Osservatorio di Las Campanas continueranno a fare scoperte astronomiche che mappano milioni di stelle e buchi neri, mentre cambiano e si evolvono nel tempo cosmico». Attualmente il team della Sdss è impegnato a costruire l’hardware per iniziare una nuova fase, per fare le nuove scoperte del prossimo ventennio.

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

Source: Riempito il vuoto di 11 miliardi di anni | MEDIA INAF

Pi Mensae, un sistema planetario formato Espresso | MEDIA INAF

Una stella brillante di età paragonabile a quella del Sole, una superTerra in orbita interna e – a perturbare il sistema – una nana bruna in un’orbita esterna estremamente eccentrica e inclinata. È questo l’identikit del sistema planetario per cui è stata risolta per la prima volta l’architettura tridimensionale. Lo racconta a Media Inaf il primo autore dello studio, Mario Damasso dell’Inaf di Torino

Da sinistra: i due primi autori dello studio, Mario Damasso e Alessandro Sozzetti, entrambi ricercatori all’Inaf di Torino, insieme al collega Paolo Giacobbe. Crediti: Inaf

«E alla fine abbiamo dovuto citare noi il loro lavoro e non viceversa…». Quando sei a meno di una settimana dalla pubblicazione del primo lavoro che descrive la completa architettura tridimensionale di un sistema planetario fra i più interessanti – per coloro che di esopianeti se ne intendono – e ti accorgi che un altro gruppo di ricerca ha appena pubblicato uno studio esattamente analogo sullo stesso sistema, non è da tutti reagire in modo sportivo. E invece è proprio così che va la scienza. Il merito, in ogni caso, non è solo di chi il lavoro è riuscito a pubblicarlo prima, ma anche di chi, con atteggiamento esemplare, aggiunge una nota a fine articolo che racconta il fatto, ammettendo di essere arrivato secondo per un soffio e, appunto, citando il lavoro della concorrenza.

Protagonista della vicenda è il ricercatore dell’Inaf Mario Damasso. Apolide – così ama definirsi –, dopo la laurea in fisica presso l’università Roma Tre ha frequentato un master in comunicazione della scienza per inseguire il sogno di condurre una trasmissione scientifica in radio. In un percorso alla Rocco Schiavone, partendo proprio dallo stesso quartiere romano del celebre commissario di Antonio Manzini, Damasso si è trasferito in Valle d’Aosta per intraprendere il dottorato di ricerca, con il progetto di costruire cinque piccoli telescopi per rivelare pianeti extrasolari. Lavora oggi come ricercatore postdoc nella sede Inaf di Torino, e continua a occuparsi principalmente di esopianeti assieme al collega Alessandro Sozzetti, secondo autore dello studio in questione, in uscita su Astronomy & Astrophysics.

«Pi Mensae è stato uno dei primi casi di studio proposto dopo la messa in opera di Espresso», introduce Damasso, parlando dello spettrografo ultra-stabile ad altissima risoluzione – Espresso, appunto – formalmente entrato in funzione presso il Vlt alla fine dell’estate del 2018. «Questa stella era diventata così interessante, nel campo degli studi esoplanetari, a seguito dell’identificazione di un transito planetario da parte del telescopio spaziale Tess. Si tratta della superterra Pi Men c, in orbita con un periodo di circa sei giorni e in compagnia di un altro corpo substellare – di cui al tempo non si conosceva la massa vera – chiamato Pi Men b, precedentemente scoperto mediante la tecnica delle velocità radiali. Nel caso di superterre come Pi Men c, una volta noto – mediante lo studio del transito – il raggio, diventa fondamentale misurare la massa per via spettroscopica, al fine di stimarne la densità media. Queste informazioni sono necessarie per la messa a punto di osservazioni spettrofotometriche volte a studiarne l’atmosfera».

Come è stata proposta l’osservazione di questo caso scientifico?

«All’interno della collaborazione Espresso, divisa per gruppi di lavoro, una parte del tempo osservativo garantito è dedicata proprio al follow-up spettroscopico di stelle osservate da Tess. La stella Pi Mensae, inoltre, è molto brillante, sulla soglia della visibilità a occhio nudo, il che la rende un target ghiottissimo per Espresso. Uno dei tratti caratteristici del nostro lavoro è stato infatti che, nonostante il numero relativamente ridotto di notti (abbiamo preso quasi 300 spettri, a gruppi di circa dieci per notte), abbiamo ottenenuto un’incertezza sulle misure di velocità radiale di 10 cm/s. È un numero davvero rilevante – per dare l’idea, equivale circa all’ampiezza del segnale Doppler indotto dalla Terra sul Sole – e la qualità di queste misure è quello che contraddistingue il nostro lavoro e lo spettrografo Espresso rispetto agli altri. Stimare la massa vera della superterra individuata da Tess con la precisione garantita da Espresso era l’obiettivo primario del nostro studio».

Nel vostro studio si mette molto l’accento anche sulla caratterizzazione dell’architettura 3D del sistema di Pi Mensae. Che cosa significa?

«Qui entra in gioco il mio collega, Alessandro Sozzetti, esperto di astrometria. Lui ha avuto l’idea – e non è stato l’unico: racconterò in seguito la vicenda che ha vissuto questo articolo proprio pochi giorni prima della sua pubblicazione – di utilizzare, oltre a velocità radiali e transiti, anche i moti propri misurati con tecniche astrometriche dalle missioni spaziali Hypparcos e Gaia. Combinando, in una prospettiva multi-tecnica, le informazioni diverse e complementari ricavate da questi tre metodi, abbiamo potuto risolvere la cosiddetta “architettura 3D”. Con questa terminologia si intende la caratterizzazione completa di un sistema planetario, misurando l’angolo di inclinazione dell’orbita del corpo esterno e l’angolo di inclinazione relativo tra i piani orbitali dei compagni b e c, incognite ultime del problema».

In che senso?

«Quando un pianeta transita, come nel caso della superterra Pi Men c, è possibile stimare immediatamente l’angolo di inclinazione del piano orbitale – praticamente un angolo retto. Ma se non transita, come nel caso del corpo più esterno Pi Men b, rimane un’incognita. La novità di questo approccio multitecnica, che include anche l’astrometria, è stata proprio la misura di questi angoli. Questo ci consente anche di stimare un altro importante parametro: avendo l’inclinazione del piano orbitale e la massa minima del corpo – misurata per Pi Men b grazie alle velocità radiali – si può ottenere la “massa vera”».

Qual è la differenza fra le due?

«La massa minima – stimata sia da lavori precedenti al nostro sia da noi, anche grazie a Espresso – è una grandezza fisica che lega la massa del corpo orbitante e l’angolo d’inclinazione del piano orbitale, e si può calcolare mediante la tecnica delle velocità radiali. Nel caso di Pi Men b, essa vale circa 10 volte la massa di Giove. La massa vera, che si ottiene eliminando il legame con l’angolo, è invece intorno alle 14 masse gioviane. Dal momento che qualunque corpo più massiccio di 13 masse gioviane rientra nella categoria delle nane brune, abbiamo potuto attribuire questa identità precisa al compagno esterno del sistema».

A tal proposito, nel vostro articolo si parla di “deserto delle nane brune”. Di cosa si tratta?

«Si tratta di una constatazione che viene da anni di osservazioni. Rende conto del fatto che sono state trovate poche nane brune in un’orbita relativamente vicina – poche unità astronomiche – attorno alla propria stella. Probabilmente le poche che sono state trovate così vicine non si sono formate lì, ma sono migrate vicino alla stella, forse anche a causa di fenomeni d’interazione turbolenti. Nel caso di Pi Mensae, il fatto che la nana bruna orbiti attorno a una stella di circa quattro miliardi e mezzo di anni e abbia un’eccentricità così elevata è un indizio – dato che le orbite, nel tempo, tendono a circolarizzarsi – d’una storia evolutiva del sistema piuttosto turbolenta. Le nuove scoperte di Kepler e Tess stanno comunque rendendo un po’ meno arido di quanto si pensasse questo deserto. Quindi forse bisognava solo aspettare di raccogliere una statistica maggiore».

Quant’era, poi, l’angolo di inclinazione?

«L’angolo di inclinazione dell’orbita della nana bruna è circa 45 gradi. Il che dimostra che i due corpi orbitanti attorno alla stella Pi Mensae sono molto disallineati. Anche questo è un elemento estremamente interessante».

Perché?

«Perché vuol dire che il sistema, dal punto di vista della dinamica orbitale e della sua formazione, è estremamente peculiare. Questo disallineamento genera infatti delle forti perturbazioni. L’eccentricità dell’orbita della nana bruna, inoltre, è di 0.6: molto elevata. Se consideriamo che essa orbita a distanza di poche unità astronomica dalla stella, si deduce che il sistema si sia formato ed evoluto in maniera molto turbolenta. Qui però mi devo fermare, e devo citare l’altro lavoro che avevo introdotto prima. Nello studio, infatti, gli autori trattano anche aspetti legati all’evoluzione dinamica.»

L’altro lavoro, diciamolo, è quello in uscita su Mnras firmato da Jerry Xuan e Mark Wyatt. Che differenze ci sono rispetto al vostro?

«Il loro lavoro è un po’ più teorico del nostro. Non hanno utilizzato dati nuovi, ma hanno raccolto tutto ciò che era disponibile in letteratura sul sistema Pi Mensae per fare uno studio del tutto analogo al nostro: velocità radiali, fotometria e astrometria d’archivio combinate hanno permesso loro di giungere a conclusioni davvero simili alle nostre. Hanno descritto l’architettura tridimensionale del sistema trovando risultati del tutto paragonabili. Loro si sono però concentrati maggiormente sull’evoluzione dinamica, prevedendo delle cose interessanti. Lo studio dinamico ha rivelato che Pi Mensae potrebbe essere uno dei primissimi casi osservati in cui un corpo esterno con orbita molto eccentrica e inclinata perturba il suo compagno interno. Il risultato in futuro – così come probabilmente successo in passato – sarà una variazione nell’inclinazione dell’orbita della superterra interna, rendendo invisibile il transito sulla stella da Terra».

L’immagine mostra in modo semplificato come la luce raccolta dai quattro telescopi del Vlt viene combinata nello strumento Espresso, che si trova al di sotto della piattaforma del Vlt. Crediti: Eso/L. Calçada

A questo punto, devo fare una domanda provocatoria. Se Xuan e Wyatt, con dati d’archivio, hanno raggiunto risultati molto simili ai vostri, perché è stato così importante usare Espresso?

«Torno al nostro scopo iniziale, ciò che ci aveva spinti a osservare Pi Mensae. La cosa interessante che è emersa da questo lavoro – limitatamente alle velocità radiali – è l’estrema precisione di Espresso sulle barre d’errore, attualmente ineguagliata. Rispetto alle misure d’archivio c’è un guadagno di circa tre volte. Questo si concretizza nel fatto che, con meno di quaranta notti sparse in circa 200 giorni, il periodogramma del sistema – una volta eliminata la perturbazione provocata dalla presenza della nana bruna – mostra un picco molto chiaro, corrispondente al periodo orbitale della superterra. Detta in altri termini, se la superterra non fosse stata scoperta in transito, con i dati di Espresso si sarebbe potuta trovare in maniera chiara con la tecnica delle velocità radiali. Nella realtà è invece stato fatto il contrario, poiché le velocità radiali in archivio non avevano un rapporto segnale/rumore sufficiente a ottenere una rivelazione statisticamente significativa e sono state riviste solo a posteriori per estrarre il segnale al periodo orbitale misurato con i transiti. Inoltre, nell’articolo si dimostra anche che Rispetto alle misure d’archivio c’è un guadagno di circa tre volte».

Nell’articolo si dice che questo studio presenta la prima caratterizzazione dell’architettura 3D del sistema Pi Men. Rimane vero, alla luce del lavoro pubblicato poco prima del vostro?

«L’idea di usare le tre tecniche insieme esisteva già, così come la possibilità di utilizzarle per risolvere l’architettura del sistema. Essendo arrivati secondi con l’articolo, in leggero ritardo rispetto ai colleghi dell’altro gruppo, in fase di revisione ho inserito una nota alla fine dell’articolo per denunciare il fatto che siamo venuti a conoscenza di questo lavoro a cose fatte. Può succedere, quando c’è competizione per un target molto interessante come Pi Mensae, che dispone di molti dati d’archivio disponibili. Il peso del nostro articolo, comunque, sta nei risvolti futuri per la caratterizzazione di pianeti di tipo superterra simili a Pi Men c con Espresso. Lo studio dei colleghi, considerando la provvisorietà dell’osservazione diretta del transito del pianeta, avvalora ulteriormente questo aspetto. A due anni dall’inizio delle attività di Espresso, possiamo dire che le aspettative che vi erano sul suo conto si stanno concretizzando.»

Direi che comunque l’hai presa bene, questa incredibile coincidenza…

«Mi è sembrato giusto così, e trovo interessante citare anche questi aspetti del lavoro. C’è stata questa concomitanza del tutto inattesa – ti dico, meno di una settimana fra la loro pubblicazione e la nostra. A prescindere dal fatto che sia stato pubblicato uno studio analogo a meno di una settimana dalla nostra pubblicazione (entrambi ci stavamo comunque lavorando da mesi), la caratterizzazione del sistema che abbiamo fatto è assolutamente una novità. Naturalmente la nostra ricerca viene in qualche modo completata dal lavoro dell’altro team, che ritengo essere un lavoro complementare. Un’altra caratteristica fondamentale e unica del nostro lavoro è stata la dimostrazione delle performance di Espresso in termini di velocità radiale per un target brillante. A tal proposito, c’è un’altra cosa del tutto inedita che ti voglio raccontare».

Quale?

«In appendice all’articolo ho aggiunto una piccola sezione che descrive il fatto che, utilizzando i soli dati di Espresso e dopo aver rimosso i segnali dei due corpi noti, rimane un residuo periodico a circa 190 giorni. Non possiamo assolutamente concludere che sia un ulteriore pianeta, sebbene il segnale risulti ai nostri occhi statisticamente robusto. Ci sono alcuni fenomeni fisici che possono creare dei falsi positivi, prima fra tutte l’attività stellare, ma per ora non abbiamo elementi sufficienti. Se fosse un pianeta dovremmo fare un’indagine di stabilità dinamica, poiché esso si collocherebbe in una regione interposta fra la superterra e la nana bruna, la cui stabilità orbitale è tutta da valutare. Questo è un buon elemento da tener presente per osservazioni future».

Per saperne di più:

Leggi il preprint dell’articolo in uscita su Astronomy & AstrophyisicsA precise architecture characterization of the π Men planetary system”, di M. Damasso, A. Sozzetti et al.


Leggi l’articolo completo su MEDIA INAF: Pi Mensae, un sistema planetario formato Espresso

Atmosfera estesa di elio attorno al gigante caldo HD 189733b – Osservatorio Astrofisico di Torino

Gloria Guilluy

Gloria Guilluy, Dottoranda INAF-OATo

I pianeti gioviani caldi che orbitano molto vicino alle proprie stelle sono soggetti all’intenso flusso di raggi X e ultravioletti che portano il gas contenuto negli strati atmosferici più elevati a riscaldarsi ed espandersi. La frazione di gas con una velocità maggiore della velocità di fuga può quindi superare la forza di gravità planetaria, scappando nello spazio.
Un team internazionale, guidato da Gloria Guilluy (studentessa di dottorato presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica di Torino), Vincenzo Andretta (Istituto Nazionale di Astrofisica di Capodimonte) e Francesco Borsa (Istituto Nazionale di Astrofisica di Brera), ha studiato l’atmosfera estesa di HD 189733b in cerca di elio.
L’elio, essendo molto leggero e abbondante nell’atmosfera dei pianeti giganti, è infatti un ottimo tracciante per l’evaporazione e l’espansione atmosferica.
Analizzando 5 transiti di HD 189733b raccolti con il Telescopio Nazionale Galileo (TNG) nella modalità GIARPS (GIANO-B, nel vicino infrarosso, + HARPS-N, nella banda visibile), e sfruttando la tecnica della spettroscopia di trasmissione -che si basa sul confronto degli spettri acquisiti fuori transito (ovvero lo spettro stellare, senza alcun contributo planetario) con quelli durante il transito (ovvero la sovrapposizione dello spettro stellare con quello del pianeta)- il team è riuscito a rilevare e risolvere spettralmente un segnale di elio dovuto all’atmosfera di HD 189733b (vedere figura allegata).
Inoltre, grazie all’analisi comparativa della riga dell’elio (con GIANO-B) e ad altre diagnosi dell’attività stellare nel visibile (grazie ad HARPS-N), come la linea , è stato possibile distinguere il vero segnale dell’elio di origine planetaria dagli pseudo-segnali dovuti all’attività stellare -HD 189733 è infatti nota per essere una stella molto attiva.
Una volta eliminato il contributo dovuto all’attività stellare, i ricercatori hanno realizzato che HD 189733b ha un’atmosfera estesa di elio, ma siccome perde poca massa, non è in evaporazione.

Spettri di trasmissione mostrati in tomografia in funzione della fase e dalla lunghezza d’onda nel sistema di riferimento del pianeta (gli spettri sono ottenuti dalla combinazione di tutte e 5 i transiti). In blu si può vedere il segnale di assorbimento di elio. Grazie all’alta risoluzione spettrale di Giano-B, si può stabilire con certezza che il segnale è di origine planetaria in quanto è allineato nel sistema di riferimento del pianeta. Se il segnale fosse stato di origine stellare avrebbe dovuto seguire la linea tratteggiata in rosso. Crediti: G. Guilluy et al. 2020.

Source: Atmosfera estesa di elio attorno al gigante caldo HD 189733b – Osservatorio Astrofisico di Torino