Feb 05

Il cielo di febbraio 2018 | INAF TV


È il novantatreesimo oggetto che compare nel celebre catalogo dell’astronomo Charles Messier e, per individuarlo, nelle prime ore della notte verso sud nei cieli di febbraio, è necessario almeno un binocolo. Messier 93 o M93 in breve è un ammasso stellare aperto distante circa 3400 anni luce da noi, in direzione della costellazione della Poppa.
L’ammasso, che si trova nel braccio di Orione della nostra Galassia, ha una dimensione stimata di poco più di dieci anni luce e ci appare piuttosto piccolo e concentrato.

Lasciamo M93 e diamo ora uno sguardo al cielo serale di questo mese. Volgendo lo sguardo a sud troviamo il Cane Maggiore con la scintillante stella Sirio, l’Unicorno, il Cane Minore con la luminosa Procione, il Cancro e l’Idra.
Verso ovest spicca il Toro con le Pleiadi. In quella direzione si possono ammirare anche Orione, l’Auriga, Perseo e i Gemelli.
Verso nord, ruotano attorno alla Stella polare il Drago, l’Orsa Maggiore, la Giraffa, Cassiopea e Cefeo.
Verso est, Il Leone è alto in cielo, mentre più in basso sorgono la Vergine affiancata dalla Chioma di Berenice e Boote con la sua brillante stella Arturo.

Per quanto riguarda i pianeti, Mercurio per tutto il mese è praticamente inosservabile. Il 17 infatti sarà in congiunzione con il Sole e, comunque, sempre piuttosto vicino alla nostra stella nel cielo di febbraio.
Venere torna pian piano a far capolino nei cieli serali, ma per provare a scorgerlo bisognerà attendere gli ultimi giorni del mese, sull’orizzonte occidentale subito dopo il tramonto del sole.
Marte, Giove e Saturno in questo mese caratterizzeranno invece il cielo che precede l’alba e saranno tutti facilmente osservabili, ben allineati e quasi equidistanti l’uno dall’altro, tra sud e sud est. Il più alto è Giove, seguito alla sua sinistra da Marte e quindi, più ad est e basso, Saturno.

Anche a febbraio la Luna ci regalerà delle interessanti congiunzioni, proprio con il trio planetario Giove Marte Saturno, passando di volta in volta vicino ad ognuno di essi. Si parte con Giove nella notte tra il 7 e l’8, per passare a Marte la notte del 9 e infine osservare la congiunzione con Saturno, l’11 nelle ultime ore di buio che precedono l’alba.

E parlando di Luna, segnaliamo una curiosità sul nostro satellite naturale: febbraio vedrà solo tre fasi lunari, mancando proprio quella di totalità. Un mese senza Luna piena quindi: una pura coincidenza legata al nostro calendario, che è già capitata nel 2014 e che si ripeterà tra un bel po’ di anni, ovvero nel 2031.

A cura di Marco Galliani – Media INAF

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Source: Il cielo di febbraio 2018 | INAF TV

Gen 30

Il Cielo di Febbraio 2018 « Coelum Astronomia

Il mese di febbraio è di solito quello che, nella stagione invernale, delude meno le aspettative degli osservatori. Le notti serene, infatti, sono discretamente numerose e si presentano tendenzialmente molto stabili anche sotto il profilo del seeing. Sarà così anche quest’anno?

Per quanto riguarda l’aspetto del cielo, nella prima parte della notte predomineranno ancora le costellazioni invernali: guardando il cielo verso le 20:30 sarà possibile osservare al meridiano la grande figura di Orione e il Cane Maggiore con Sirio, mentre

A ovest staranno invece tramontando Pegaso, la Balena, Perseo, Andromeda, il Triangolo e le deboli costellazioni dei Pesci e dell’Ariete, tipicamente autunnali.

A est il cielo sarà già occupato dagli asterismi tipici della primavera, tra cui saranno facilmente riconoscibili il Leone e le prime propaggini della Vergine. Più tardi sorgerà anche la brillante Arturo nel Boote.Piu’ in alto sono riconoscibili le ben note costellazioni del Toro e dei Gemelli, proseguendo fino allo zenit, dove si incontra l’Auriga con la bella Capella (non perdete l’approfondimento a pagina 150).

Molto più in alto, quasi immobile a nord, il l’Orsa Maggiore sembrerà in procinto di rovesciarsi, con il Drago,  l’Orsa minore, Cefeo e Cassiopea un po’ piu’ in basso,

IL SOLE

Il 16 febbraio il Sole si sposterà dal Capricorno all’Acquario (ovviamente stiamo parlando di costellazioni, non di “segni astrologici”), proseguendo nel contempo la “risalita” dell’eclittica a una velocità media in declinazione di circa 20 primi al giorno: partendo dai –17,4° di inizio mese supererà i –8° alla fine. Da questo ne deriverà un corrispondente aumento dell’altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano. Aumenteranno così anche le ore di luce, tanto che la sera, in media, si potrà iniziare a osservare con il massimo contrasto non prima delle 19:15, fino alle 5:30 del mattino dopo. La durata della notte astronomica, in continua diminuzione, in febbraio sarà in sostanza in media di poco superiore alle 10 ore.

Di seguito vengono fornite alcune indicazioni sulle condizioni di osservabilità dei pianeti per il mese di febbraio 2018. Gli orari sono espressi in TMEC, cioè all’ora indicata dai nostri orologi.

Mercurio
Mag. da –0,6 a –1,4; diam. da 4,9″ a 5,3″; fase da 95,2% a 94,4% Praticamente inosservabile

Se il mese scorso Mercurio si è mostrato facilmente nel cielo del mattino, o rendoci un bello spettacolo, in febbraio lo vedremo invece avviarsi velocemente verso la congiunzione eliaca superiore (che raggiungerà il 17 febbraio). Si tratta di una configurazione geometrica tale per cui, lungo il cammino della sua orbita, il pianeta, il Sole e la Terra sono allineati, con la nostra stella nel mezzo. Viene da sé che il primo pianeta del nostro Sistema Solare risulterà, per tale ragione, impossibile da osservare. Già a inizio mese sarà infatti troppo basso sull’orizzonte all’alba e, allo stesso modo, sarà basso anche a fine mese, sull’orizzonte ovest, immerso nelle luci del tramonto, dove potremo sperare di vederlo fugacemente solo negli ultimi giorni di febbraio.

Venere
Mag. –3,9; diam. da 9,8″ a 10″; fase da 99,6% a 97,9% Osservabile al tramonto

Dopo aver superato la congiunzione eliaca superiore lo scorso 8 gennaio, ora Venere si sta via via allontanando dal Sole, di modo che potremo finalmente tornare a osservarlo nelle luci del tramonto già nella prima decade di febbraio. Potremo quindi riconoscerlo guardando a ovest la sera appena dopo il tramonto: sarà brillante, ben visibile a occhio nudo, quando il cielo sarà ancora chiaro e potremo seguirlo per tutto il mese, via via che le sue condizioni di osservabilità miglioreranno con il passare dei giorni. A inizio mese si troverà nel Capricorno e tramonterà appena 25 minuti dopo il Sole, ma già alla ne di febbraio scenderà sotto l’orizzonte, tra le stelle dell’Acquario (dove si trova a partire dall’8 febbraio) circa un’ora dopo il Sole.

Marte
Mag. da +1,2 a +0,8; diam. da 5,6″ a 6,6″ Osservabile nella seconda parte della notte

In febbraio sarà possibile osservare Marte facilmente nella seconda parte della notte, sorgendo sempre circa 4 ore e mezza prima del Sole. Di certo per osservarlo nelle condizioni migliori sarà necessario alzarsi presto la mattina: alle 5 del mattino, il Pianeta Rosso sarà alto più di 18° sull’orizzonte sud-sudest. All’inizio del mese lo potremo rintracciare tra le stelle dello Scorpione (dove è approdato proprio il 1° febbraio), nei pressi della stella Acrab, (beta Scorpii, mag. +2,6) con cui sarà in congiunzione. Il 9 febbraio Marte entrerà entro i confini dell’Ofiuco, dove soggiornerà per il resto del mese. Il moto diretto del pianeta lo porterà velocemente attraverso la costellazione dello Scorpione, avvicinando Antares (alfa Scorpii,
mag. +1,05) il 10 febbraio e poi la stella Sabik (eta Ophiuchi, mag. +2,45) a fine mese. La sua luminosità non sarà eccezionale con una magnitudine media di +1,0, in miglioramento, ma sarà comunque possibile scorgerlo ad occhio nudo, come una stella di colore arrossato.

Giove

Mag. da –2,0 a –2,2; diam. da 9,8″ a 10″ Osservabile nella seconda parte della notte

Il re dei pianeti del Sistema Solare sarà ben osservabile nella seconda metà della notte in febbraio: lo troveremo tra le stelle della Bilancia, splendente di magnitudine –2,1. Sarà facile quindi individuarlo in cielo a occhio nudo e, già con un binocolo, offrirà un grande spettacolo. Sorgerà all’1:45 a inizio mese, per anticipare ancora, a poco dopo la mezzanotte a ne mese: avremo quindi numerose ore per osservarlo. Complessivamente le condizioni osservative di Giove miglioreranno sempre più, essendosi già avviato verso l’opposizione che raggiungerà a maggio.

Saturno

Mag. +1,5; diam. da 35″ a 36,1″ (anelli inclusi) Osservabile prima dell’alba

Avevamo lasciato Saturno, il mese scorso, in condizioni di non ottima visibilità mattutina ma in deciso miglioramento, un miglioramento che ci permetterà di goderne questo mese, con il pianeta che sarà osservabile nella magnifica costellazione del Sagittario. Saturno anticiperà il sorgere del Sole di poco più di due ore (a inizio mese) per superare le tre ore a fine mese, dandoci quindi modo di organizzarci per l’osservazione. Anche se sarà visibile a occhio nudo – guardando a sudest, a metà mese, alto circa 10° (apparirà come una stella brillante di mag. +1,5) – è con un telescopio, anche di piccolo diametro, che sarà possibile vederne l’anello. Transiterà a poca distanza dalle stelle mu Sagittarii (mag. +3,8) e lambda Sagittarii (mag. +2,8).

Urano

Mag. da +5,8 a +5,9; diam. da 3,5″ a 3,4″ Osservabile la sera dopo il tramonto
Lo troveremo nella costellazione dei Pesci e potremo cercarlo già subito dopo il tramonto, quando sarà alto più di 50° sull’orizzonte di ovest- sudovest. Purtroppo sono finiti i tempi in cui era possibile osservare Urano tutta la notte: il pianeta infatti tramonterà circa 4 ore dopo il Sole a fine mese. Potremo rintracciarlo grazie alle stella omicron Piscium da cui sarà distante circa 2° 15’ a ne mese.

 Nettuno

Mag. da +8; diam. 2,2″
Osservabile dopo il tramonto nella prima decade del mese

Difficile (e in peggioramento) l’osservabilità di Nettuno, il remoto pianeta gassoso del Sistema Solare, che all’inizio di febbraio ci darà, probabilmente, le ultime possibilità di vederlo. Già alle 18:30, dopo il tramonto a inizio mese, sarà piuttosto basso, circa 15°, tra le stelle della costellazione dell’Acquario. Dopo la prima decade, con il tramonto sempre più ritardato, Nettuno scomparirà nelle luce del crepuscolo serale risultando quindi impossibile da osservare: si è ormai avviato verso la congiunzione con il Sole, che raggiungerà il 4 di marzo.

FENOMENI E CONGIUNZIONI DI FEBBRAIO

1 febbraio, dalle 19:15: Congiunzione Luna e Regolo

Iniziamo subito la prima sera del mese con una bella congiunzione stretta tra Luna praticamente Piena (fase 98%) e vicina al Perigeo, e la brillante Regolo (mag. +1,4) stella alfa del Leone. I due astri saranno a soli 30’ di distanza e sorgeranno dall’orizzonte est-nordest attorno alle 18:45 con il cielo già buio. Converrà ovviamente attendere che abbiano una buona altezza sull’orizzonte (alle 19:30 saranno alti circa 7°) per osservare i due astri al binocolo o al telescopio ma, per chi avesse l’orizzonte libero e il cielo limpido, anche una ripresa fotogra ca, comunque non facile, con i due oggetti bassi a lo dell’orizzonte potrebbe dare risultati suggestivi…
Potranno comunque essere seguiti per tutta la notte no al mattino successivo. La massima altezza al meridiano la raggiungeranno poco prima delle due di notte.

Source: Il Cielo di Gennaio 2018 « Coelum Astronomia

Gen 26

Quei venti che affamano il buco nero | MEDIA INAF

Uno studio uscito oggi su Nature, basato sull’analisi di un campione di 12 sistemi binari X di piccola massa, indaga i meccanismi e l’impatto delle emissioni di materia dai buchi neri stellari

Rappresentazione artistica di venti intensi mentre agitano il disco esterno di materia che circonda un buco nero di massa stellare. La materia del disco (in giallo) viene risucchiata dalle regioni esterne di una stella vicina (in alto a destra). Il buco nero di massa stellare si trova in un disco di circa 5 milioni di km, ma ne divora solo la materia che si avvicina fino a 30 km dal centro. Crediti: Nasa/Swift/A. Simonnet, Sonoma State University

Per essere mostri che in teoria dovrebbero divorare tutto ciò che passa loro accanto, i buchi neri spargono attorno a sé parecchia roba: radiazione, getti relativistici, venti di materia… A ben guardare, non c’è contraddizione in questo: tutto dipende dalla distanza di quell’accanto. Entro un certo raggio (compreso, per buchi neri di massa stellare, fra i 3 e i 150 km), qualunque cosa – luce compresa – è destinata a finire nel buco nero, mentre se ci si trova appena un po’ al di là ci sono buone probabilità di venir scagliati lontano.

In che modo? Il processo all’origine di queste emissioni (outflows, in inglese), prodotte nella regione del disco d’accrescimento, non è affatto chiaro. Ma uno studio uscito oggi su Nature mostra la presenza continua di venti di materia attorno ai buchi neri per l’intera durata dei cosiddetti outbursts (picchi d’emissione particolarmente intensi), e suggerisce che il fenomeno sia dovuto prevalentemente a un meccanismo magnetico, più che termico.

Per giungere a questa conclusione, il team di scienziati che ha firmato lo studio – guidato da Bailey Tetarenko, studentessa di dottorato all’università di Alberta, in Canada – ha analizzato un campione rappresentativo di curve di luce in banda X relative a 21 outbursts provenienti dai buchi neri di 12 sistemi binari X di piccola massa, raccolte nell’arco di 20 anni con i telescopi spaziali Rxte, Swift, Chandra e Xmm-Newton.

Su cosa, esattamente, produca questi venti continuano a rimanere grandi punti interrogativi. «Riteniamo che i campi magnetici svolgano un ruolo chiave», dice uno dei coautori dello studio, Craig Heinke, «ma per arrivare a comprenderli dovremo compiere ancora molte ricerche». Sull’intensità della loro azione, invece, sembrano esserci ormai ben pochi dubbi. «I venti devono spazzare via una porzione notevole della materia che un buco nero potrebbe mangiare: in uno dei nostri modelli», chiosa infatti Tetarenko, «i venti hanno rimosso l’80 per cento del potenziale pasto del buco nero».

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Gen 24

La Cina è quantisticamente vicina | MEDIA INAF

La videoconferenza “quantistica” del 29 settembre scorso tra Cina e Austria. Crediti: Accademia delle Scienze cinese

Guardate l’immagine a fianco: probabilmente è la più noiosa e insignificante mai pubblicata da Media Inaf, ma contiene un ingrediente tecnologico nascosto, cruciale per lo sviluppo delle telecomunicazioni e del commercio mondiale. Si tratta di una videoconferenza tra l’Accademia delle Scienze cinese e quella austriaca, svoltasi lo scorso 29 settembre e durata 75 minuti.

Dov’è la novità? È che la trasmissione è stata crittografata con un sistema quantistico basato su connessioni in fibra ottica e satellitari. Rappresenta, quindi, il primo passo verso una rete internet quantistica globale.

Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di capire perché mai dovremmo complicarci la vita aggiungendo l’elemento quantistico alla nostra quotidianità di navigatori internet. La sicurezza è un elemento fondamentale delle reti informatiche, in particolare per tutte quelle applicazioni – il commercio elettronico, per dirne una – in cui è vitale che i nostri dati non vengano rubati. Per questo si usa la crittografia, una codifica che può essere letta solo disponendo di una cosiddetta chiave.

La crittografia a chiave pubblica attualmente utilizzata funziona bene, ma ha il problema che può essere violata disponendo di computer abbastanza potenti, come saranno gli ormai non più fantascientifici computer quantistici.

Al contrario, la distribuzione a chiave quantistica (Qkd) utilizza quanti di luce individuali – fotoni, insomma – per implementare un sistema di crittografia la cui inviolabilità deriva direttamente dai fondamenti della meccanica quantistica. Gli stessi principi su cui era basata l’idea di denaro quantistico non falsificabile, un’idea nata quasi 50 anni fa e che ultimamente ha ripreso vigore.

Tuttavia, a causa della perdita di segnale, la distribuzione quantistica a chiave pubblica su fibra ottica (o su altri mezzi trasmissivi di luce in campo libero) è stata finora limitata a qualche centinaio di chilometri. La più estesa dorsale di comunicazione quantistica in fibra ottica è stato recentemente realizzata in Cina, con un percorso tra Pechino a Shanghai di circa 2000 km.

Illustrazione delle tre stazioni di terra (Graz, Nanshan e Xinglong) e del satellite che hanno realizzato il collegamento. Crediti: University of Science and Technology of China

Inoltre, nel 2016 l’Accademia delle Scienze cinese ha lanciato il primo satellite sperimentale per comunicazioni quantistiche, conosciuto col nomignolo Micius, dal nome di un antico filosofo e scienziato cinese. Alle quattro stazioni a terra in Cina, più una in Tibet, si è aggiunta un’ulteriore stazione a Graz, vicino Vienna, gestita dall’Accademia delle Scienze austriaca e coinvolta negli esperimenti di trasmissione quantistica di singoli fotoni.

Dopo avere dimostrato che il satellite Micius poteva gestire la distribuzione a chiave quantistica tra due stazioni cinesi, e dopo avere interconnesso il satellite con la rete geografica in fibra ottica a terra, ora un articolo appena pubblicato su Physical Review Letters racconta come sia stata realizzata con successo la comunicazione in crittografia quantistica Qkd tra Xinglong (a 280 km da Pechino) e Graz in Austria, separate da ben 7600 km.

Crediti: University of Science and Technology of China

I ricercatori hanno utilizzato il satellite Micius come “ponte” per realizzare una trasmissione dati totalmente sicura, inviando prima delle semplici immagini tra l’Austria e la Cina, e poi instaurando la videoconferenza di cui si parlava all’inizio.

Un aspetto interessante e promettente di questa tecnologia è che sul canale ottico satellitare, che impiega impulsi laser per la trasmissione, deve necessariamente passare solo l’informazione relativa alla chiave pubblica di decodifica, continuamente rigenerata. Ad esempio, lo streaming della videoconferenza ha impiegato circa 2 GB di dati, di cui solo 70 kB per lo scambio di chiavi quantistiche.

Per saperne di più:

 

Source: La Cina è quantisticamente vicina | MEDIA INAF

Gen 24

Sta cadendo il Palazzo Celeste | MEDIA INAF

Fonte: Esa. Crediti: Cmse/China Manned Space Engineering Office

La notizia del possibile rientro della stazione cinese Tiangong-1 è di quelle che tengono banco nel mondo “spaziale” e nell’opinione pubblica in generale, in questo inizio d’anno. Per la rilevanza dell’evento – non succede tutti i giorni di avere un “autobus” di oltre 8 tonnellate che ci cade in testa dal cielo – praticamente tutte le agenzie spaziali del mondo hanno in programma osservazioni continuative della Tiangong (il “Palazzo Celeste”, come suonerebbe il nome in italiano). Ma la grande incognita – ciò che tutti si chiedono, a questo punto – è se dobbiamo guardare all’evento con il naso all’insù, affascinati da uno spettacolo celeste che si preannuncia unico o se, al contrario, una nota di preoccupazione debba essere messa in conto… e si debba almeno aprire l’ombrello.

Per saperne di più ci siamo rivolti ad Alberto Buzzoni, dell’Inaf-Oas di Bologna, coordinatore scientifico del progetto Prisma per lo studio delle meteore e membro per l’Inaf di Ocis, l’Organismo nazionale per il coordinamento delle attività di sorveglianza spaziale e difesa in Italia, assieme ai colleghi dell’Asi e dell’Aeronautica Militare. Insomma, la persona giusta per tutto ciò che può cadere sulla Terra dal di sopra delle nuvole.

Allora, Buzzoni, come stanno realmente le cose?

«Beh, la situazione non è forse delle più chiare. Con una nota del maggio scorso all’Unoosa (l’Ufficio per gli affari spaziali delle Nazioni Unite), l’Agenzia spaziale cinese Cnsa ha infatti informato ufficialmente il mondo che la sua stazione “non funziona più” dal 16 marzo 2016. Con sapiente levità tutta orientale, tuttavia, il messaggio della Cnsa lascia in dubbio se sia da intendere che l’astronave è letteralmente “impazzita”, come alcuni giornali stanno già (allarmisticamente) anticipando, o se al contrario la situazione sia, almeno in parte, sotto controllo».

Cosa ci dicono le osservazioni da Terra?

«Ancora in queste notti la Tiangong-1 sembra in assetto corretto di volo (probabilmente mantenuto dal sistema di controllo automatico a bordo), ma l’impossibilità di agire attivamente da terra sui motori (e questo sembra assodato) fa sì che la quota di 280 km a cui orbita ora l’astronave non potrà essere mantenuta per molto: da Capodanno la stazione si è già abbassata di una decina di chilometri e in sostanza sta lentamente “spiraleggiando” verso l’imminente (e a questo punto inevitabile) caduta».

Alberto Buzzoni, astronomo all’Inaf-Oas di Bologna, coordinatore scientifico del progetto Prisma per lo studio delle meteore e membro per l’Inaf di Ocis. Crediti: Media Inaf

Che previsioni possiamo fare per la data del rientro in atmosfera?

«Le previsioni sono ancora molto imprecise poiché, mano a mano che la quota si abbassa, l’orbita dell’astronave risente in maniera crescente dell’attrito con gli strati alti della nostra atmosfera (la cosiddetta ionosfera), la cui densità è influenzata in maniera erratica dal flusso di particelle in arrivo dal Sole come conseguenza dell’attività magnetica della nostra stella. C’è poi da tener conto dell’assetto “aerodinamico” della stazione (una specie di “aereo” con una carlinga tubolare di 3×10 metri e due “ali” di pannelli solari, ciascuno di 7×3 metri), che a questo punto diventa una variabile importante per valutare l’entità dell’attrito e calcolare così l’esatta traiettoria dinamica.

Allo stato attuale dei calcoli, comunque, possiamo stimare che la finestra di caduta più probabile sia centrata attorno alla prima quindicina di marzo, ma con una incertezza di più o meno due settimane. Inutile dire che, per un oggetto che sta percorrendo 8 km al secondo, questa incertezza rende totalmente aleatoria, al momento, qualunque previsione sul “quando-e-dove” cadrà».

Come ci si sta preparando a terra?

«Data la rilevanza dell’evento, nelle prossime settimane è in programma una campagna di osservazione internazionale, coordinata dall’Inter-Agency Space Debris Coordination Committee (Iadc), e anche l’Italia è coinvolta a vari livelli nella iniziativa. Come conseguenza dell’inclinazione del piano d’orbita della Tiangong, comunque, la cosa certa sin d’ora (e la buona notizia per il nostro Paese) è che tutta l’Italia settentrionale (a Nord dell’Isola d’Elba, all’incirca) è certamente fuori pericolo, mentre rimangono potenzialmente interessate dal rientro le regioni centrali e meridionali. Le istituzioni preposte, fra cui il Dipartimento della Protezione Civile, sono naturalmente già attive e ci terranno opportunamente informati su come evolve la cosa, nelle settimane a venire».

Dobbiamo dunque temere che ci cada qualcosa in testa? 

«Dal momento che durante il rientro l’attrito con l’atmosfera porterà a raggiungere temperature di circa 2000 gradi, va da sé che gran parte della struttura in alluminio della Tiangong verrà letteralmente vaporizzata attorno ai 60-80 km di altezza per cui, come per le meteoriti naturali, solo una piccola frazione della massa totale (in questo caso quella in materiale a più alto punto di fusione, come il titanio e l’acciaio) cadrà fisicamente al suolo, sotto forma di detriti di diverse dimensioni. Possiamo attenderci quindi pezzi di alcuni centimetri ma, anche sulla base di analoghe esperienze passate, non possiamo escludere la possibilità che alcune parti di dimensioni maggiori possano sopravvivere quasi integre fino al suolo. Detto questo, e a scanso di inutili allarmismi, rassicuriamo comunque che la probabilità di incidente umano per “caduta detriti”, sull’Italia, si stima nello 0.000002 per cento. Ovvero una chance contraria su 50 milioni. Questi numeri sono corroborati anche dal fatto che, negli oltre 60 anni di attività spaziale, non si ha notizia di nessun incidente avvenuto a terra per cause di questo tipo».

Eventuale caduta di detriti a parte, se il rientro avverrà sui cieli italiani è presumibile che assisteremo a un evento di fireball artificiale, no? Voi del progetto Prisma siete pronti?

 «Se la sorte geografica ci favorirà, il rientro della Tiangong sarà certamente rilevabile dalla rete di camere Prisma. Al pari di una meteora, inoltre, la rete sarà in grado di verificare la traiettoria di caduta e l’eventuale localizzazione dei detriti a terra. Va però detto che la probabilità di goderci questo spettacolo – con il rientro sull’area italiana – è molto bassa: qualcosa attorno all’uno per mille».

E in questo periodo? È troppo prematuro o state già provando a intercettare qualche orbita? 

«Per “scaldare i motori” in via totalmente sperimentale, nelle prossime settimane, con le camere Prisma tenteremo anche alcune osservazioni della traiettoria di avvicinamento della Tiangong durante i suoi passaggi notturni sull’Italia. Naturalmente, la stazione cinese non si può vedere con le camere in funzionamento “standard” e richiederà modalità di osservazione “ad hoc”. I test preliminari sembrano incoraggianti, per cui se il meteo sarà favorevole già nelle prossime notti speriamo di poter contribuire con qualche buon dato alla campagna di osservazione internazionale».

Facciamo gli auguri a Prisma, allora, e incrociamo le dita… e tutti all’erta se verso marzo vedremo una bellissima meteora in più risplendere in cielo!

 

Source: Sta cadendo il Palazzo Celeste | MEDIA INAF

Gen 12

Lo Spettacolo del Cielo nel 2018 « Coelum Astronomia

SPECIALE 2018
Tutti gli eventi astronomici del 2018

Come sempre nell’osservazione astronomica, una volta rivolto il nostro sguardo verso la volta celeste, potremo trovare molti eventi ai quali prestare particolare attenzione. Questo è un dato di fatto, e anche nel 2018 avremo la possibilità di apprezzare congiunzioni, eclissi, sciami meteorici e molto altro. Andiamo ora a scoprirli in questa agevole guida.

L’articolo completo è pubblicato su Coelum n.218 – 2018 alla pagina 48: Leggilo Online!

Source: Lo Spettacolo del Cielo nel 2018 « Coelum Astronomia

Gen 08

Noi siamo figli della madre di tutte le bolle | MEDIA INAF

Molto alluminio-26 e poco ferro-60: questi i due indizi chimici che, riscontrati su meteoriti primitive, hanno portato un team d’astrofisici a ritenere che il Sistema solare possa essersi formato non da un’esplosione di supernova bensì dalla bolla di una stella gigante

Spostandosi in senso orario dal riquadro in alto a sinistra, la simulazione mostra come le bolle attorno a una stella massiccia si evolvano nel corso di milioni di anni. Crediti: V. Dwarkadas e D. Rosenberg. Traduzione di Media Inaf

Mentre sull’età del Sistema solare ci sono stime assai condivise, sull’ambiente dal quale si è formato le ipotesi sono assai più incerte. Detto altrimenti, non è ben chiaro da che cosa abbiano avuto origine il Sole e tutti gli oggetti che gli girano attorno, compreso il nostro pianeta. Una fra le strade più battute per tentare di scoprirlo è l’analisi isotopica delle meteoriti, e in particolare di alcune meteoriti – quelle più antiche, risalenti agli albori, appunto, del Sistema solare.  Ebbene, una “firma” individuata in alcune di esse sembra suggerire che, a darci i natali, non siano stati i dintorni di una supernova, come ritenuto da molti scienziati, bensì il guscio d’una bolla che avvolgeva una stella gigante giunta al termine del proprio percorso evolutivo.

La “firma” che ha fatto sorgere questo sospetto, spiega un articolo pubblicato la settimana prima di Natale su The Astrophysical Journal, è una firma chimica. Una doppia anomalia. Da una parte, una relativa carenza di ferro-60, un isotopo del ferro sintetizzato, appunto, durante le esplosioni di supernova. Dall’altra, un’insolita abbondanza di alluminio-26. Due deviazioni dalla norma rispetto a quello che si riscontra nel resto della galassia. Insomma, due indizi potenzialmente significativi.

Ma significativi in che senso? Dov’è che può formarsi un ambiente ricco di materia al punto da dare origine a un sistema planetario come il nostro e, al tempo stesso, con caratteristiche chimiche compatibili con quelle appena illustrate? Secondo gli astrofisici dell’Università di Chicago che hanno firmato lo studio, guidati da Vikram Dwarkadas, un ambiente simile lo si può trovare ai confini di una bolla formata dalla materia espulsa da una stella di Wolf-Rayet – un tipo di stelle giganti, che possono raggiungere agevolmente dimensioni pari a 40-50 volte quelle del Sole, che rilasciano grandi quantità di alluminio-26 e niente ferro-60.

Simulazione dell’espansione della bolla. Crediti: V. Dwarkadas / D. Rosenberg

«Il guscio di una bolla siffatta è un buon posto per dare origine a stelle», dice uno dei coautori dello studio, Nicolas Dauphas, spiegando come polvere e gas, intrappolati all’interno di questo guscio, possano facilmente finire per addensarsi. E stimando che simili vivai stellari siano all’origine di una quota che va dall’1 al 16 per cento di tutte le stelle simili al Sole.

«L’idea è che l’alluminio-26 espulso dalla Wolf-Rayet sia trasportato verso l’esterno con i granelli di polvere formati attorno alla stella. Questi granelli hanno slancio a sufficienza da arrivare a colpire la parete interna del guscio che avvolge il sistema, venendo per lo più distrutti e lasciando l’alluminio intrappolato nel guscio stesso», propone Dwarkadas, illustrando la simulazione alla base dello studio. Alla fine, collassando verso l’interno per azione della gravità, parte del guscio dell’ormai esaurita stella di Wolf-Rayet avrebbe così dato origine al nostro Sistema solare.

Per saperne di più:

 

Source: Noi siamo figli della madre di tutte le bolle | MEDIA INAF

Gen 04

Il cielo di gennaio 2018 >> INAF TV

Inizio d’anno con la luna protagonista. Per ben due volte in questo mese sarà prossima al perigeo in concomitanza della sua fase di massima illuminazione, apparendola un po’ più luminosa e grande del solito. Ma occhio anche alla congiunzione tra Giove e Marte.

Gen 03

Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto – Repubblica Tv


Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto

La Norvegia ha installato dei lampioni “auto-oscuranti” in alcune parti del paese per ridurre gli sprechi energetici. Lungo un tratto di cinque miglia vicino a Hole, poco lontano da Oslo, le luci a LED si abbassano al 20% della potenza quando in zona non c’è nessuno. Ma quando un’automobile (o un ciclista o un pedone) passa, un sensore collegato ai lampioni fa accendere le luci al 100%. Dopo che la macchina è andata via, le luci tornano a spegnersi

video Bjørn Nyland / Youtube

Source: Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto – Repubblica Tv – la Repubblica.it

Gen 02

Il Cielo di Gennaio 2018 « Coelum Astronomia

Dopo la maggior clemenza dei mesi autunnali, in gennaio si fa avvertire nettamente il clima tipico della
stagione fredda, che, se da una parte offre le migliori condizioni di trasparenza del cielo, dall’altra pone seri problemi a chi vuole raggiungere siti lontani dalle luci cittadine e rimanervi nella lunga notte astronomica.

Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N – Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Gen > 00:00; 15 Gen > 23:00; 30 Gen >22:00

Proprio le numerose ore di buio permettono in questo periodo di spaziare – già a partire dalla prima serata – dalle costellazioni autunnali più orientali (Pesci, Pegaso, Balena…) fino alle regioni ricche di nebulose e ammassi del cielo invernale, per terminare nella seconda parte della notte con le prime avvisaglie della grande concentrazione di galassie del cielo primaverile (Vergine, Leone…).

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IL SOLE

Dopo essere arrivato alla minima declinazione durante il Solstizio dello scorso dicembre, il Sole ha iniziato lentamente a risalire l’eclittica. La sua altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano risulterà in gennaio ancora molto modesta (+27° a metà mese), ma l’arco descritto nel cielo tenderà a divenire di giorno in giorno più ampio. Ciò comporterà di conseguenza un aumento delle ore di luce, anche se piuttosto modesto, di circa 45 minuti.

Cosa offre il cielo

Si comincia subito con una nuova Superluna il 2 gennaio. Dopo quella di dicembre, ecco una nuova Luna Piena a poche ore dal perigeo, il punto più vicino alla Terra dell’orbita lunare. Ma per comprendere meglio di cosa si tratta, questo mese abbiamo un bello e approfondito articolo di Aldo Vitagliano, che con la sua ironia e i suoi calcoli al decimale ci svela ogni segreto di questo evento che tanto affascina (soprattutto i media): Guarda che Luna Super!

Anche questo mese le più belle congiunzioni sono riservate a chi si alza presto al mattino (o resta in piedi fino a molto tardi…), ma le notti ancora lunghe non rendono la “sveglia presto” troppo “presto”… perciò, soprattutto per l’infilata di congiunzioni che ci offriranno Marte, Giove e Luna già dalla prima settimana del mese:

➜ Organizzati in anticipo con Il Cielo di gennaio su Coelum Astronomia 218

E per concludere, anche questo mese ha le sue stelle cadenti! Ogni inizio anno è caratterizzato dal manifestarsi  più o meno discreto dello sciame delle Quadrantidi, il cui nome deriva dalla obsoleta costellazione del Quadrante Murale (introdotta da Lalande nel 1795 e abolita nel 1922) che un tempo occupava la regione situata nella parte nordorientale del Boote (dove quindi è situato il radiante). Questo sciame meteorico è attivo già dalla fine di dicembre fino al 12 gennaio circa e il massimo dell’attività si avrà quest’anno verso le 23:00 del 3 gennaio. Purtroppo sarà presente la Luna a disturbare la visione, appena dopo la fase di Piena (fase 95%), fortunatamente a una discreta distanza dal radiante.

E ancora, sempre su Coelum Astronomia n. 218

➜ Storia, leggende, stelle e oggetti deepsky della costellazione dell’Eridano (II parte)
➜ La Luna di gennaio e la guida all’osservazione del margine orientale del Mare Serenitatis
➜ Il Club dei 100 asteroidi: Iniziamo l’anno con (1) Ceres!
➜ Leggi la rubrica di Giuseppe Petricca sui principali passaggi della ISS
➜ Le comete del mese: La modesta Heinenz e la “grande” Wirtanen.
➜ Supernovae: Una nuova scoperta italiana
➜ Astrofotografia: Riprendiamo la cintura di Venere

e il Calendario degli eventi giorno per giorno


Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di gennaio su Coelum Astronomia 218

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Source: Il Cielo di Gennaio 2018 « Coelum Astronomia

Dic 22

Le incisioni rupestri del Roccere’ – Fondazione CRC, Cuneo, Via Roma 15 – 12 Gennaio 2018

Corso di aggiornamento con attestato di frequenza: Venerdi’ 12 Gennaio 2018 dalle 15 alle 18 presso lo spazio incontri della Fondazione CRC – Via Roma, 15 12100 Cuneo.

LE INCISIONI RUPESTRI DEL ROCCERE’.

Una risorsa della preistoria da conservare e valorizzare

Dic 21

Giovane Terra: il contributo alieno | MEDIA INAF

La serie di collisioni che è seguita al grande impatto da cui è “nata” la Luna avrebbero contribuito ad accrescere la massa della giovane Terra ben più di quanto precedentemente ipotizzato. Lo studio, pubblicato oggi su Nature Geoscience, è guidato da Simone Marchi, astrofisico originario di Lucca ora negli Usa, al Southwest Research Institute

Crediti animazione: Southwest Research Institute

L’infanzia del nostro pianeta potrebbe essere stata assai più turbolenta di quanto avessimo mai immaginato. Secondo un articolo appena pubblicato su Nature Geoscience, e firmato dai ricercatori del Southwest Research Institute, corpi celesti di dimensioni ragguardevoli avrebbero contribuito ad accrescere la massa della Terra durante una serie di violenti impatti in tutto il periodo seguente alla formazione della Luna. Ben più di quanto previsto dalle precedenti teorie.

Sapevamo già che, all’inizio della sua evoluzione, il pianeta che abitiamo ha dovuto fare i conti con un grande oggetto celeste. Da un terribile impatto ha avuto origine il nostro satellite naturale: la Luna, figlia dei detriti espulsi da una giovane Terra. A questo evento sarebbe poi seguito un lungo periodo di “bombardamenti spaziali” che hanno arricchito di nuovo materiale il pianeta.

«Abbiamo elaborato un modello che tenesse conto dei processi di assorbimento di metalli e silicati nel mantello terrestre, come della lunga serie di impatti fra Terra e planetesimi (i corpi rocciosi coinvolti nella formazione di pianeti, asteroidi e lune del Sistema solare, ndr) durato centinaia di milioni di anni a seguito del grande impatto che ha dato origine alla Luna», spiega il  primo autore dello studio, Simone Marchi, astrofisico originario di Lucca, con laurea e dottorato conseguiti a Pisa, attualmente ricercatore al Southwest Research Institute di Boulder (Colorado, Stati Uniti). «Secondo le nostre simulazioni, il contributo di questo costante martellìo celeste ha contribuito ad accrescere la massa del giovane pianeta ben più di quanto precedentemente ipotizzato».

Se fino a ieri gli scienziati hanno stimato un “contributo alieno” pari allo 0,5 per cento del totale della massa terrestre, oggi forse è necessario ritoccare questo numero in una cifra dalle due alle cinque volte maggiore.

Secondo il nuovo studio, gli elementi altamente siderofili (oro, platino, iridio) provenienti dalla lunga serie impatti che si è protratta nel tempo sarebbe insomma molto maggiore del previsto. «Un’ipotesi che ci aiuterebbe a spiegare quelle anomalie isotopiche che spesso i geologi hanno riscontrato in antichi campioni di roccia terrestre come la komatiite, una roccia vulcanica», incalza Robin Canup, coautore dello studio. «Se per esempio alcune di queste rocce si fossero formate molto tempo dopo l’impatto che ha dato origine alla Luna, durante la serie di impatti dei planetesimi, avremmo trovato una quadratura del cerchio».

Per saperne di più:

Source: Giovane Terra: il contributo alieno | MEDIA INAF