Gen 12

Lo Spettacolo del Cielo nel 2018 « Coelum Astronomia

SPECIALE 2018
Tutti gli eventi astronomici del 2018

Come sempre nell’osservazione astronomica, una volta rivolto il nostro sguardo verso la volta celeste, potremo trovare molti eventi ai quali prestare particolare attenzione. Questo è un dato di fatto, e anche nel 2018 avremo la possibilità di apprezzare congiunzioni, eclissi, sciami meteorici e molto altro. Andiamo ora a scoprirli in questa agevole guida.

L’articolo completo è pubblicato su Coelum n.218 – 2018 alla pagina 48: Leggilo Online!

Source: Lo Spettacolo del Cielo nel 2018 « Coelum Astronomia

Gen 08

Noi siamo figli della madre di tutte le bolle | MEDIA INAF

Molto alluminio-26 e poco ferro-60: questi i due indizi chimici che, riscontrati su meteoriti primitive, hanno portato un team d’astrofisici a ritenere che il Sistema solare possa essersi formato non da un’esplosione di supernova bensì dalla bolla di una stella gigante

Spostandosi in senso orario dal riquadro in alto a sinistra, la simulazione mostra come le bolle attorno a una stella massiccia si evolvano nel corso di milioni di anni. Crediti: V. Dwarkadas e D. Rosenberg. Traduzione di Media Inaf

Mentre sull’età del Sistema solare ci sono stime assai condivise, sull’ambiente dal quale si è formato le ipotesi sono assai più incerte. Detto altrimenti, non è ben chiaro da che cosa abbiano avuto origine il Sole e tutti gli oggetti che gli girano attorno, compreso il nostro pianeta. Una fra le strade più battute per tentare di scoprirlo è l’analisi isotopica delle meteoriti, e in particolare di alcune meteoriti – quelle più antiche, risalenti agli albori, appunto, del Sistema solare.  Ebbene, una “firma” individuata in alcune di esse sembra suggerire che, a darci i natali, non siano stati i dintorni di una supernova, come ritenuto da molti scienziati, bensì il guscio d’una bolla che avvolgeva una stella gigante giunta al termine del proprio percorso evolutivo.

La “firma” che ha fatto sorgere questo sospetto, spiega un articolo pubblicato la settimana prima di Natale su The Astrophysical Journal, è una firma chimica. Una doppia anomalia. Da una parte, una relativa carenza di ferro-60, un isotopo del ferro sintetizzato, appunto, durante le esplosioni di supernova. Dall’altra, un’insolita abbondanza di alluminio-26. Due deviazioni dalla norma rispetto a quello che si riscontra nel resto della galassia. Insomma, due indizi potenzialmente significativi.

Ma significativi in che senso? Dov’è che può formarsi un ambiente ricco di materia al punto da dare origine a un sistema planetario come il nostro e, al tempo stesso, con caratteristiche chimiche compatibili con quelle appena illustrate? Secondo gli astrofisici dell’Università di Chicago che hanno firmato lo studio, guidati da Vikram Dwarkadas, un ambiente simile lo si può trovare ai confini di una bolla formata dalla materia espulsa da una stella di Wolf-Rayet – un tipo di stelle giganti, che possono raggiungere agevolmente dimensioni pari a 40-50 volte quelle del Sole, che rilasciano grandi quantità di alluminio-26 e niente ferro-60.

Simulazione dell’espansione della bolla. Crediti: V. Dwarkadas / D. Rosenberg

«Il guscio di una bolla siffatta è un buon posto per dare origine a stelle», dice uno dei coautori dello studio, Nicolas Dauphas, spiegando come polvere e gas, intrappolati all’interno di questo guscio, possano facilmente finire per addensarsi. E stimando che simili vivai stellari siano all’origine di una quota che va dall’1 al 16 per cento di tutte le stelle simili al Sole.

«L’idea è che l’alluminio-26 espulso dalla Wolf-Rayet sia trasportato verso l’esterno con i granelli di polvere formati attorno alla stella. Questi granelli hanno slancio a sufficienza da arrivare a colpire la parete interna del guscio che avvolge il sistema, venendo per lo più distrutti e lasciando l’alluminio intrappolato nel guscio stesso», propone Dwarkadas, illustrando la simulazione alla base dello studio. Alla fine, collassando verso l’interno per azione della gravità, parte del guscio dell’ormai esaurita stella di Wolf-Rayet avrebbe così dato origine al nostro Sistema solare.

Per saperne di più:

 

Source: Noi siamo figli della madre di tutte le bolle | MEDIA INAF

Gen 04

Il cielo di gennaio 2018 >> INAF TV

Inizio d’anno con la luna protagonista. Per ben due volte in questo mese sarà prossima al perigeo in concomitanza della sua fase di massima illuminazione, apparendola un po’ più luminosa e grande del solito. Ma occhio anche alla congiunzione tra Giove e Marte.

Gen 03

Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto – Repubblica Tv


Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto

La Norvegia ha installato dei lampioni “auto-oscuranti” in alcune parti del paese per ridurre gli sprechi energetici. Lungo un tratto di cinque miglia vicino a Hole, poco lontano da Oslo, le luci a LED si abbassano al 20% della potenza quando in zona non c’è nessuno. Ma quando un’automobile (o un ciclista o un pedone) passa, un sensore collegato ai lampioni fa accendere le luci al 100%. Dopo che la macchina è andata via, le luci tornano a spegnersi

video Bjørn Nyland / Youtube

Source: Norvegia, i lampioni si accendono solo quando passano le auto – Repubblica Tv – la Repubblica.it

Gen 02

Il Cielo di Gennaio 2018 « Coelum Astronomia

Dopo la maggior clemenza dei mesi autunnali, in gennaio si fa avvertire nettamente il clima tipico della
stagione fredda, che, se da una parte offre le migliori condizioni di trasparenza del cielo, dall’altra pone seri problemi a chi vuole raggiungere siti lontani dalle luci cittadine e rimanervi nella lunga notte astronomica.

Aspetto del cielo per una località posta a Lat. 42°N – Long. 12°E La cartina mostra l’aspetto del cielo alle ore (TMEC): 1 Gen > 00:00; 15 Gen > 23:00; 30 Gen >22:00

Proprio le numerose ore di buio permettono in questo periodo di spaziare – già a partire dalla prima serata – dalle costellazioni autunnali più orientali (Pesci, Pegaso, Balena…) fino alle regioni ricche di nebulose e ammassi del cielo invernale, per terminare nella seconda parte della notte con le prime avvisaglie della grande concentrazione di galassie del cielo primaverile (Vergine, Leone…).

➜ Scopri le costellazioni del cielo di gennaio con la UAI

IL SOLE

Dopo essere arrivato alla minima declinazione durante il Solstizio dello scorso dicembre, il Sole ha iniziato lentamente a risalire l’eclittica. La sua altezza sull’orizzonte al momento del passaggio in meridiano risulterà in gennaio ancora molto modesta (+27° a metà mese), ma l’arco descritto nel cielo tenderà a divenire di giorno in giorno più ampio. Ciò comporterà di conseguenza un aumento delle ore di luce, anche se piuttosto modesto, di circa 45 minuti.

Cosa offre il cielo

Si comincia subito con una nuova Superluna il 2 gennaio. Dopo quella di dicembre, ecco una nuova Luna Piena a poche ore dal perigeo, il punto più vicino alla Terra dell’orbita lunare. Ma per comprendere meglio di cosa si tratta, questo mese abbiamo un bello e approfondito articolo di Aldo Vitagliano, che con la sua ironia e i suoi calcoli al decimale ci svela ogni segreto di questo evento che tanto affascina (soprattutto i media): Guarda che Luna Super!

Anche questo mese le più belle congiunzioni sono riservate a chi si alza presto al mattino (o resta in piedi fino a molto tardi…), ma le notti ancora lunghe non rendono la “sveglia presto” troppo “presto”… perciò, soprattutto per l’infilata di congiunzioni che ci offriranno Marte, Giove e Luna già dalla prima settimana del mese:

➜ Organizzati in anticipo con Il Cielo di gennaio su Coelum Astronomia 218

E per concludere, anche questo mese ha le sue stelle cadenti! Ogni inizio anno è caratterizzato dal manifestarsi  più o meno discreto dello sciame delle Quadrantidi, il cui nome deriva dalla obsoleta costellazione del Quadrante Murale (introdotta da Lalande nel 1795 e abolita nel 1922) che un tempo occupava la regione situata nella parte nordorientale del Boote (dove quindi è situato il radiante). Questo sciame meteorico è attivo già dalla fine di dicembre fino al 12 gennaio circa e il massimo dell’attività si avrà quest’anno verso le 23:00 del 3 gennaio. Purtroppo sarà presente la Luna a disturbare la visione, appena dopo la fase di Piena (fase 95%), fortunatamente a una discreta distanza dal radiante.

E ancora, sempre su Coelum Astronomia n. 218

➜ Storia, leggende, stelle e oggetti deepsky della costellazione dell’Eridano (II parte)
➜ La Luna di gennaio e la guida all’osservazione del margine orientale del Mare Serenitatis
➜ Il Club dei 100 asteroidi: Iniziamo l’anno con (1) Ceres!
➜ Leggi la rubrica di Giuseppe Petricca sui principali passaggi della ISS
➜ Le comete del mese: La modesta Heinenz e la “grande” Wirtanen.
➜ Supernovae: Una nuova scoperta italiana
➜ Astrofotografia: Riprendiamo la cintura di Venere

e il Calendario degli eventi giorno per giorno


Tutti consigli per l’osservazione del Cielo di gennaio su Coelum Astronomia 218

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Source: Il Cielo di Gennaio 2018 « Coelum Astronomia

Dic 22

Le incisioni rupestri del Roccere’ – Fondazione CRC, Cuneo, Via Roma 15 – 12 Gennaio 2018

Corso di aggiornamento con attestato di frequenza: Venerdi’ 12 Gennaio 2018 dalle 15 alle 18 presso lo spazio incontri della Fondazione CRC – Via Roma, 15 12100 Cuneo.

LE INCISIONI RUPESTRI DEL ROCCERE’.

Una risorsa della preistoria da conservare e valorizzare

Dic 21

Giovane Terra: il contributo alieno | MEDIA INAF

La serie di collisioni che è seguita al grande impatto da cui è “nata” la Luna avrebbero contribuito ad accrescere la massa della giovane Terra ben più di quanto precedentemente ipotizzato. Lo studio, pubblicato oggi su Nature Geoscience, è guidato da Simone Marchi, astrofisico originario di Lucca ora negli Usa, al Southwest Research Institute

Crediti animazione: Southwest Research Institute

L’infanzia del nostro pianeta potrebbe essere stata assai più turbolenta di quanto avessimo mai immaginato. Secondo un articolo appena pubblicato su Nature Geoscience, e firmato dai ricercatori del Southwest Research Institute, corpi celesti di dimensioni ragguardevoli avrebbero contribuito ad accrescere la massa della Terra durante una serie di violenti impatti in tutto il periodo seguente alla formazione della Luna. Ben più di quanto previsto dalle precedenti teorie.

Sapevamo già che, all’inizio della sua evoluzione, il pianeta che abitiamo ha dovuto fare i conti con un grande oggetto celeste. Da un terribile impatto ha avuto origine il nostro satellite naturale: la Luna, figlia dei detriti espulsi da una giovane Terra. A questo evento sarebbe poi seguito un lungo periodo di “bombardamenti spaziali” che hanno arricchito di nuovo materiale il pianeta.

«Abbiamo elaborato un modello che tenesse conto dei processi di assorbimento di metalli e silicati nel mantello terrestre, come della lunga serie di impatti fra Terra e planetesimi (i corpi rocciosi coinvolti nella formazione di pianeti, asteroidi e lune del Sistema solare, ndr) durato centinaia di milioni di anni a seguito del grande impatto che ha dato origine alla Luna», spiega il  primo autore dello studio, Simone Marchi, astrofisico originario di Lucca, con laurea e dottorato conseguiti a Pisa, attualmente ricercatore al Southwest Research Institute di Boulder (Colorado, Stati Uniti). «Secondo le nostre simulazioni, il contributo di questo costante martellìo celeste ha contribuito ad accrescere la massa del giovane pianeta ben più di quanto precedentemente ipotizzato».

Se fino a ieri gli scienziati hanno stimato un “contributo alieno” pari allo 0,5 per cento del totale della massa terrestre, oggi forse è necessario ritoccare questo numero in una cifra dalle due alle cinque volte maggiore.

Secondo il nuovo studio, gli elementi altamente siderofili (oro, platino, iridio) provenienti dalla lunga serie impatti che si è protratta nel tempo sarebbe insomma molto maggiore del previsto. «Un’ipotesi che ci aiuterebbe a spiegare quelle anomalie isotopiche che spesso i geologi hanno riscontrato in antichi campioni di roccia terrestre come la komatiite, una roccia vulcanica», incalza Robin Canup, coautore dello studio. «Se per esempio alcune di queste rocce si fossero formate molto tempo dopo l’impatto che ha dato origine alla Luna, durante la serie di impatti dei planetesimi, avremmo trovato una quadratura del cerchio».

Per saperne di più:

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Dic 21

Photobombing, tocca a una coppia di buchi neri | MEDIA INAF

Duecento milioni di masse solari in due, orbitano l’uno attorno all’altro, con un periodo compreso fra gli 80 e i 320 giorni, ad appena qualche centinaia di volte la distanza Terra-Sole. A immortalarli a raggi X, vicino al bordo d’un’immagine di M31, il telescopio spaziale Chandra della Nasa

Crediti: Nasa/Cxc/UWashington/T.Dorn-Wallenstein et al.;Nasa/Esa/J. Dalcanton, et al. & R. Gendler

L’intenzione era fotografare la nostra vicina di universo, la galassia di Andromeda, conosciuta anche come M31. O meglio, farne una sorta di lastra a raggi X, visto che gli strumenti utilizzati – oltre ai telescopi Gemini-North dalle Hawaii e Palomar Transient Factory del Caltech dalla California – erano quelli a bordo del telescopio spaziale per le alte energie Chandra della Nasa. Quando però gli astronomi sono andati a guardare il risultato, ecco fare capolino, là in alto a destra, un “intruso”. E questo chi è, si sono chiesti? In prima battuta, sembrava che J0045+41 – così l’hanno chiamato – facesse parte di M31, qualunque cosa fosse. Poi però, analizzandone lo spettro, è emerso che si trovava almeno mille volte più lontano: Andromeda dista dalla Terra circa 2.5 milioni di anni luce da noi, l’intruso 2.6 miliardi.

«Quello che stavamo cercando in M31 era un particolare tipo di stella, e pensavamo di averlo trovato», dice lo scienziato che ha coordinato lo studio pubblicato su The Astrophysical Journal, Trevor Dorn-Wallenstein dell’Università di Washington a Seattle. «Quando ci siamo resi conto d’esserci imbattuti in qualcosa di molto più strano, siamo rimasti sorpresi ed emozionati».

Ma le sorprese non erano finite: l’oggetto, è poi saltato fuori, è con buona probabilità una coppia di oggetti. Una coppia di buchi neri supermassicci – 200 milioni di masse solari in due – in orbita l’uno attorno all’altro, con un periodo compreso fra gli 80 e i 320 giorni, ad appena qualche centinaia di volte la distanza Terra-Sole. A portarli così vicini, ritengono gli scienziati, è stata una fusione tra galassie avvenuta qualche miliardo d’anni fa.

«È la prima volta che otteniamo prove così solide dell’esistenza d’un sistema binario di buchi neri supermassicci», osserva una delle coautrici dell’articolo, Emily Levesque, dell’Università di Washington.

Si fonderanno mai l’uno nell’altro? Probabilmente sì, ma non è facile stabilire quando, perché bisognerebbe conoscere con precisione la massa di ognuno dei due. «Riteniamo che i due membri della coppia si scontreranno e si fonderanno in un singolo buco nero», stima un altro dei coautori, John Ruan, anch’egli dell’Università di Washington, «entro un periodo compreso fra i 350 anni e i 360mila anni».

Un evento, quello della fusione di buchi neri supermassicci, in grado di produrre onde gravitazionali. Onde che, però, non potranno essere rivelate da interferomentri come quelli di Ligo o Virgo: sarà necessario ricorrere alla tecnica del pulsar timing array, come già abbiamo avuto occasione di spiegare su Media Inaf.

Per saperne di più:

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:

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Dic 20

Quel getto non è un serpente | MEDIA INAF

Simulazione numerica magnetoidrodinamica e relativistica in 3D del getto relativistico relativo al blazar CTA 102. Crediti: Gianluigi Bodo e Paola Rossi dell’Inaf di Torino e Andrea Mignone dell’Università di Torino

Un folto gruppo di ricercatori guidati dagli scienziati dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) ha scoperto un esempio particolare di getto relativistico, la cui emissione – per una specie di effetto faro – viene esaltata a frequenze diverse in tempi diversi. Si tratta di una potente forma di espulsione di plasma ed energia proveniente da un buco nero supermassiccio al centro di un nucleo galattico attivo, ma il getto ha una forma sinuosa – che ricorda quella di un serpente – ed è disomogeneo. I ricercatori dell’Inaf di Torino hanno condotto le osservazioni guidando un’intensa campagna osservativa multifrequenza nell’ambito della collaborazione internazionale Whole Earth Blazar Telescope (guidata da Massimo Villata della sede torinese dell’Inaf).

Nella seconda metà del 2016 il blazar Cta 102 ha mostrato un rapido aumento di luminosità ottica, catturando l’attenzione di tutti gli studiosi del settore. Il picco è stato registrato il 28 dicembre, con una variazione di circa 6 magnitudini rispetto ai livelli di minimo osservati negli anni precedenti. L’evento è stato eccezionale e Cta 102 è stato classificato come il blazar più luminoso mai osservato.

Il getto è stato osservato da più di 40 telescopi in una trentina di osservatori sparsi nell’emisfero nord della Terra, tra cui diversi gestiti dall’Italia. Gli scienziati guidati dall’Inaf hanno raccolto migliaia di dati in diverse frequenze dello spettro, nell’ottico, radio e vicino infrarosso, permettendo la ricostruzione delle curve di luce nel dettaglio. Durante la campagna osservativa della sorgente (iniziata nel 2008) è stato possibile acquisire informazioni polarimetriche e spettroscopiche. Tra gli strumenti dell’Inaf coinvolti ci sono il Telescopio nazionale Galileo (Tng) alle Canarie, il telescopio ottico Schmidt e quello nel vicino infrarosso entrambi a Campo Imperatore.

Claudia Raiteri, astronoma presso l’Inaf di Torino

«Tutti i dati raccolti ci hanno permesso di convalidare l’ipotesi che la variabilità mostrata da questo oggetto sia dovuta a cambiamenti del fattore Doppler relativistico», ha commentato Claudia M. Raiteri, prima autrice dello studio pubblicato oggi sulla rivista Nature nonché ricercatrice astronoma presso Inaf di Torino. «L’emissione dei blazar è dominata, infatti, dalla radiazione proveniente da uno dei getti relativistici, che punta verso di noi. L’allineamento, grazie all’effetto di beaming relativistico, amplifica il flusso osservato e causa anche un aumento Doppler delle frequenze e una contrazione dei tempi scala di variabilità», ha spiegato.

È proprio questa contrazione dei tempi, insieme all’aumento dell’ampiezza delle variazioni di flusso, che gli scienziati del team internazionale hanno potuto verificare osservando l’eccezionale outburst (esplosione di luminosità) di Cta 102, al culmine del quale la luminosità ottica del getto ha superato di 3500 volte il suo livello minimo.

Villata ha specificato: «La nostra interpretazione è che il getto sia curvo e disomogeneo, cioè che emetta radiazione con frequenza diversa da regioni diverse, e che queste regioni cambino orientamento nel tempo a causa di instabilità sorte nel getto e/o di moti orbitali, ipotizzando che il motore centrale del nucleo galattico attivo sia un sistema binario di buchi neri, o di precessione. Secondo tale interpretazione il formidabile aumento di luminosità è stato il risultato di un maggiore allineamento (avvenuto circa 8 miliardi di anni fa) della regione del getto responsabile dell’emissione ottica alla nostra linea di vista».

Raiteri ha concluso dicendo che «la nostra interpretazione trova supporto sia teorico che osservativo. Le simulazioni numeriche magnetoidrodinamiche relativistiche in 3D realizzate dai colleghi simulatori, in particolare qui all’Osservatorio di Torino dell’Inaf, mostrano l’insorgere di instabilità nel getto, che lo distorcono. D’altra parte, l’analisi di immagini ottenute con interferometria radio rivelano che sulle scale di qualche anno luce il getto sembra elicoidale e vorticoso».

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Dic 18

Archeoastronomia – L’Area megalitica di S.M. de Corleans on Vimeo

L’ Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans (in francese, Site mégalithique de Saint-Martin-de-Corléans) è un sito archeologico di capitale rilevanza per lo studio e la conoscenza della preistoria e protostoria europea, situato ad Aosta, nel quartiere di Saint-Martin-de-Corléans.

Il sito, rinvenuto nel 1969, durante i lavori per l’edificazione di alcuni condomini, a circa 6 metri di profondità rispetto all’attuale piano urbano, copre un’area di 10.000 metri quadrati.

I 6.000 anni di frequentazione dell’area, sono testimoniati da arature cultuali, pozzi rituali, allineamenti orientati di fori di pali lignei e di stele antropomorfe, sepolture dolmeniche e a cista. Il giacimento è stato inaugurato il 24 giugno 2016.

L’aratura sacra, con incisivi umani ritrovati sulla piattaforma, crani animali alla base dei pali hanno suggerito all’archeologo Franco Mezzena suggestive analogie con antichissimi riti di fondazione descritti nel mito di Giasone e degli Argonauti. Secondo l’archeoastronomo Guido Cossard, invece, le arature stesse sono allineate con i punti dell’orizzonte sui quali levava o tramontava la Luna quando (nel suo ciclo di retrogradazione dei nodi di 18,6 anni) giungeva alla sua minima o massima declinazione, e inoltre in alcune zone i solchi risultano ben orientati sui punti di levata del Sole al solstizio invernale, mentre lo stesso orientamento dei solchi risulta essere meno preciso relativamente al tramonto.

I pozzi rituali rinvenuti avevano presumibilmente analoghe finalita’ rispetto ai pozzi sacri nuragici presenti in Sardegna (o al Pozzo sacro di Gârlo sito in Bulgaria), laddove la luna nella sua massima declinazione (ogni 18 anni e mezzo) si specchierebbe esattamente dentro il pozzo attraverso il foro stesso. In particolare nel sito in questione sono stati ritrovati dei pozzi allineati sul cui fondo si trovavano i resti di presunte offerte rituali come macine unite a frutti e cereali fossilizzati, secondo il sito ufficiale del museo del’area megalitica stessa.

Sempre secondo Cossard, durante la fase più antica fu eretta una serie di grossi pali, probabilmente come parte di un tipico rito di fondazione: sul fondo di alcuni di essi sono infatti state ritrovate ceneri di crani d’ariete. Le date relative ad alcuni di questi pali, ricavate con il metodo del radiocarbonio, vanno dal 3070 a.C. al 2850 a.C. con una indeterminazione di 180 anni in più o in meno. I pali sono estremamente interessanti, visto il loro allineamento e la loro età.  Quando la Luna giungeva nei pressi della sua minima declinazione sud ( -28°), essa seguiva nella sua traiettoria, in una prima fase (circa 16° di azimut), il profilo della montagna e successivamente veniva quasi completamente occultata da un ostacolo naturale: la prosecuzione di tale traiettoria occultata veniva tracciata dalla direzione di orientamento di questa fila di pali.

Riguardo alle varie strutture dolmeniche e relative stele antropomorfe, secondo il gia’ citato Cossard due allineamenti di tali stele furono ritrovati accanto a un terreno che conteneva altri due presunti allineamenti: i solchi di arature rituali e i fori che ospitavano i pali lignei allineati.
Tuttavia, le stele piu’ interessanti risalgono all’epoca della dominazione Romana, dove sopravvivevano ancora gli antichi riti praticate dalle popolazioni originarie.
Difatti, non lontano dal sito in questione (in regione Meyrand, alla periferia di Aosta) fu rinvenuta una stele dedicata espressamente alla Luna, intesa come astro, in quanto non si trovano altri riferimenti relativi a divinita’ lunari note (Iside o Diana, ad es.) relative all’epoca in questione (II secolo d.C).

Dopo il 2400 a.C., nella fase tarda del sito (cit. Cossard),  furono realizzati vari dolmen, di cui uno con una piattaforma triangolare di pietre alla base costruita con grande accuratezza.
Si ritiene che questi fossero una sorta di monumenti funerari usati per sepolture collettive, inizialmente i forma circolare ed in epoche piu’ recenti tombe piu’ piccole del tipo detto “a cista“, ovvero a cassetta.

Fonti e ulteriori approfondimenti:

  1. I megaliti di AostaGuido Cossard e Giuliano Romano – l’Astronomia n. 143 (maggio 1994) pp. 30-35
  2. Statue stele (WikiSpedia.org, Enciclopedia del libero sapere della Provincia della Spezia e della Lunigiana )
  3. Le civilta’ stellari, Ignazio Burgio, pagg. 58-60
  4. Sito ufficiale del turismo in Valle d’Aosta, Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans – museo e parco archeologico
  5. Pozzo sacro nuragico, Wikipedia
  6. Area megalitica di Saint-Martin-de-Corléans, Wikipedia

Archeoastronomia – L’Area megalitica di S.M. de Corleans on Vimeo on Vimeo

Dic 15

Riaccesi i razzi del Voyager 1 dopo 37 anni | MEDIA INAF

Martedì scorso, 28 novembre 2017, nello spazio interstellare a 21 miliardi di km di distanza da noi, i propulsori del Voyager 1 si sono riavviati dopo 37 anni di inutilizzo per controllare l’assetto della sonda spaziale. E hanno funzionato alla perfezione

Voyager 1. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech

Non ci sarebbe nulla di strano se, provando a riavviare l’auto rimasta in garage per decenni, questa non andasse in moto… Imprevisti di questo tipo accadono frequentemente, anche senza aspettare decenni, e per fortuna abbiamo la possibilità di chiamare un meccanico che prontamente sistema tutto e ci fa ripartire.

Martedì scorso, 28 novembre 2017, è successa una cosa che ha dell’incredibile e testimonia l’eccellente qualità e robustezza delle sonde spaziali che possiamo vantarci di avere in giro per lo Spazio: a 21 miliardi di km di distanza, dove non ci sono meccanici pronti ad aiutarci se qualcosa va storto, i propulsori del Voyager 1 si sono riaccesi, dopo 37 anni di inutilizzo, e hanno funzionato alla perfezione per controllarne l’assetto.

Per chi non lo sapesse, il Voyager 1 è il nostro pioniere spaziale più lontano (in agosto si trovava a 20.8 miliardi di km dal Sole) e più veloce (circa 17 km/s), nonché l’unico oggetto creato dall’uomo in viaggio nello spazio interstellare, verso i confini del Sistema solare. Venne lanciato nell’estate del 1977 da Cape Canaveral. Attualmente sta fornendo dati utili a caratterizzare l’eliopausa, la regione in cui la pressione esercitata dalle particelle del vento solare diminuisce fino diventare pari a quella delle particelle provenienti dall’esterno del Sistema solare. Tra circa 300 anni raggiungerà la nube di Oort, e varcherà i confini del Sistema solare tra circa 30mila anni, continuando ad orbitare intorno al cuore della galassia, come un ambasciatore silenzioso della nostra civiltà.

La possibilità del Voyager di comunicare con la Terra si basa sul funzionamento di piccoli propulsori che generano “sbuffi” di idrazina della durata di pochi millisecondi, in grado di ruotare la sonda e allineare la sua antenna verso il nostro pianeta, riuscendo così a trasmettere il segnale, o a riceverlo. Martedì 28 novembre, il team della sonda Voyager 1 ha riacceso i quattro propulsori Tcm (Trajectory Correction Maneuver) per la prima volta dopo 37 anni e li ha utilizzati per orientare l’assetto della sonda, usando impulsi della durata di 10 millisecondi ciascuno. L’attesa per sapere l’esito della manovra è stata lunga poiché, data la distanza, il segnale ha impiegato ben 19 ore e 35 minuti per raggiungere l’antenna di Goldstone, in California, ma il giorno dopo il team ha avuto la conferma del perfetto funzionamento dei propulsori e del successo della manovra!

Ma perché è stato necessario risvegliare quei propulsori?

Dal 2014 gli ingegneri hanno notato che i propulsori del controllo di assetto, utilizzati dalla sonda per orientarsi nello spazio, si stanno degradando. In particolare, con il passare degli anni, richiedono sempre più impulsi per ottenere la variazione d’assetto desiderata. Purtroppo questa degradazione dell’efficienza dei propulsori potrebbe portare ad un termine anticipato della missione, prima ancora che si esaurisca l’alimentazione elettrica.

Per studiare e risolvere il problema, il team del Voyager ha riunito un gruppo di esperti presso il Jet Propulsion Laboratory (Jpl) della Nasa, a Pasadena, in California. Chris Jones, Robert Shotwell, Carl Guernsey e Todd Barber hanno analizzato diversi scenari, arrivando alla soluzione di assegnare le manovre di assetto ad un gruppo di propulsori inutilizzato dal 1980.
«Il team del Voyager è andato a ripescare dati vecchi di decenni e ha esaminato il software scritto in un linguaggio ormai obsoleto, per essere sicuro di poter effettuare in piena sicurezza questa manovra che utilizza i vecchi propulsori, senza danneggiare la sonda», ha detto Jones, capo ingegnere del JPL.

Nella fase iniziale del programma, il Voyager 1 ha osservato i pianeti Giove e Saturno, arricchendo in maniera impressionante la nostra conoscenza e la documentazione sull’attività vulcanica di Io e sulla superficie liscia di Europa. Per puntare gli strumenti della sonda con precisione sugli innumerevoli obiettivi della sonda, gli ingegneri utilizzarono la Tcm, una manovra di correzione della traiettoria che faceva uso dei propulsori posti nella parte bassa del corpo della sonda, analoghi in dimensione e funzione a quelli di assetto. I propulsori Tcm non sono stati più usati dall’8 novembre 1980, ossia da quando il Voyager 1 ha visitato Saturno. A quel tempo, i propulsori Tcm non erano mai stati usati con impulsi, bensì venivano usati in maniera continua per puntare gli obiettivi.

«Con questi propulsori, ancora funzionanti dopo 37 anni di inutilizzo, saremo in grado di estendere la vita del veicolo spaziale Voyager 1 di due o tre anni», ha detto Suzanne Dodd, project manager del programma Voyager presso il Jpl. Abbiamo in programma di iniziare ad utilizzare i propulsori Tcm a partire da gennaio. Per farlo sarà necessario accendere un iniettore per ogni propulsore. Questa operazione richiederà energia elettrica, una risorsa estremamente limitata a bordo della sonda. Quando non ci sarà più energia sufficiente per far funzionare gli iniettori, si tornerà ai propulsori di controllo di assetto.

Il test effettuato la scorsa settimana è andato così bene che il team probabilmente eseguirà un test simile sui propulsori Tcm per la sonda Voyager 2, la navicella gemella di Voyager 1 che entrerà nello spazio interstellare tra pochi anni, anche se i suoi propulsori di controllo di assetto non sono ancora così degradati come quelli della Voyager 1.

Tutti i propulsori delle due sonde Voyager sono stati realizzati dalla Aerojet Rocketdyne. Lo stesso tipo di propulsori, detti MR-103, hanno volato anche su altre sonde della Nasa come Cassini e Dawn.

Le navicelle spaziali Voyager sono state progettate e costruite dal Jpl, che sta continuando ad occuparsi delle operazioni in volo. Jpl è una divisione del Caltech, a Pasadena. Le missioni Voyager sono parte del Nasa Heliophysics System Observatory, sponsorizzato dalla Heliophysics Division del Science Mission Directorate a Washington.

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Dic 12

Buchi neri primordiali e onde gravitazionali | MEDIA INAF

L’astronomia gravitazionale e multimessenger è già realtà e i nuovi studi in corso possono fare luce su alcuni misteri ancora irrisolti sulla natura dei buchi neri. Esistono i buchi neri primordiali? Come si sono formati? Qual è stato il ruolo delle prime stelle?

La teoria di Einstein prevede che due buchi neri in collisione emettano onde gravitazionali, ma queste onde non sono ancora state rivelate direttamente. Nell’immagine, la rappresentazione artistica delle onde gravitazionali che si muovono attraverso lo spazio-tempo. Crediti: Nasa

Se fino a qualche anno fa le onde gravitazionali erano ancora avvolte da un alone di teoria e mistero, dalla loro prima rilevazione (il 14 settembre 2015) a oggi i ricercatori hanno fatto molta strada, fino ad arrivare alla cosiddetta era dell’astronomia gravitazionale e multimessaggero. Ma a cosa servono davvero queste increspature del “tessuto” dello spaziotempo predette da Einstein? Ce lo chiediamo tutti, e di recente una coppia di scienziati ha provato a rispondere: è possibile confermare l’esistenza (o meno) di un certo tipo di buchi neri analizzando il comportamento delle onde gravitazionali.

Secondo quanto riportato nel loro studio pubblicato su Physical Review Letters, i due esperti teorizzano di poter sfruttare i diversi esperimenti che si occupano di onde gravitazionali per testare l’esistenza di buchi neri primordiali, cioè oggetti talmente antichi che si sarebbero formati pochissimi attimi dopo il Big Bang. Lo scopo di tutto ciò sarebbe quello di dare un’ulteriore spiegazione a un altro mistero, quello dalla materia oscura.

Secondo la teoria più acclarata, i buchi neri si sarebbero formati dalle supernove, ma se questo fosse vero i buchi neri non potrebbero essere nati prima della formazione delle stelle. Savvas Koushiappas (Brown University) e Abraham Loeb (Harvard University) hanno trovato un modo, però, per mettere la loro idea alla prova calcolando la prima epoca in cui i buchi neri barionici – quelli fatti della materia che vediamo nelle stelle e nei pianeti – possano essersi formati.

«Sappiamo molto bene che i buchi neri possono essersi formati dal crollo di grandi stelle, o come abbiamo visto di recente, dalla fusione di due stelle di neutroni», ha detto Koushiappas, «ma è stato ipotizzato che potessero esserci buchi neri anche prima che le stelle si formassero». Secondo i due ricercatori, poco dopo il Big Bang le fluttuazioni quantistiche portarono alla distribuzione della materia che oggi osserviamo nell’Universo in espansione. I due suggeriscono che alcune di queste fluttuazioni di densità potrebbero essere state abbastanza importanti da provocare la nascita dei buchi neri in tutto l’Universo. La teoria dei cosiddetti buchi neri primordiali è stata avanzata per la prima volta all’inizio degli anni Settanta da Stephen Hawking e dai suoi collaboratori, ma non sono mai stati rilevati (in realtà non è affatto chiaro se esistano).

Immagine simulata di due buchi neri che si scontrano producendo onde gravitazionali. Crediti: The Sxs (Simulating eXtreme Spacetimes) Project – Ligo/Nasa)

Allora a cosa servono le onde gravitazionali? Strumenti futuri (o già esistenti come Ligo e Virgo) che indagano sulle “onde di Einstein” saranno in grado di “guardare” indietro nel tempo fino a epoche precedenti la formazione delle prima stelle: se fosse possibile assistere alla fusione di due buchi neri già a quei tempi, allora verrebbe confermata la teoria secondo la quale questi oggetti primordiali non sono di origine stellare.

Koushiappas e Loeb hanno calcolato la distanza spaziotemporale alla quale le fusioni tra i buchi neri non dovrebbero più essere rilevate assumendo solo l’origine stellare. Questo “distanza” si chiama in gergo tecnico redshift (letteralmente “spostamento verso il rosso”) e non è altro che l’allungamento della lunghezza d’onda della luce associata all’espansione dell’Universo. Più un evento è lontano nel tempo, più è grande il redshift. I due scienziati hanno dimostrato nel loro studio che a un redshift di 40 (cioè 65 milioni di anni dopo il Big Bang) gli eventi di fusione dovrebbero essere rilevati con un tasso non superiore a uno all’anno, ipotizzando l’origine stellare dei buchi neri. Con redshift superiori a 40, gli eventi dovrebbero scomparire del tutto. Osservare a una distanza pari a un redshift di 40 dovrebbe essere alla portata di diversi esperimenti gravitazionali attualmente in fase di progettazione: se questi strumenti dovessero rilevare eventi di fusione tra due buchi neri oltre quella distanza, allora la teoria sui buchi neri primordiali sarebbe confermata.

L’unica spiegazione alternativa rimarrebbe l’ipotesi di un Universo non-gaussiano, notano gli autori, ma questo implicherebbe il ricorso a un a nuova fisica per rendere contro delle fluttuazioni primordiali.

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